Latte e derivati indeboliscono il sistema immunitario intestinale? Il latte vaccino può creare intolleranze? È giusto berlo a colazione? Con cosa può essere sostituito? Domande cui risponde il professor Osvaldo Sponzilli Omeopatia: prevenire l’invecchiamento con la medicina dolce Da cosa dipende l’invecchiamento? Scopriamolo insieme e analizziamo le diverse tecniche di medicina naturale che possono aiutarci nel combatterlo
Homeopathy in paediatric atopic diseases: long-term results in children with atopic dermatitis Homeopathy, 2012, 101 (1), 13-20 Aim - To study the socio-demographic features, the prescribed remedies and the outcome of atopic diseases in children treated with homeopathy at the Homeopathic Clinic of Lucca (Italy), and the long-term outcome of children suffering from atopic dermatitis (AD) after an approximate 8-year period (range 5–10 years). Methods ur data derive from an observational longitudinal study carried out on 213 children (38.6%) with atopic diseases out of 551 children consecutively examined from September 1998 to December 2008. We used the Glasgow Homeopathic Hospital Outcome Score to evaluate the results that were classified on the basis of a Likert scale. Results - Eighty-three (39%) children were affected by asthma, 51 (24%) by allergic rhinoconjunctivitis, 76 (36%) by AD and 3 (1%) by food intolerance. Follow-up patients were 104 (48.8%), and 65 (62.5%) of them reported a major improvement or resolution. The parents of paediatric patients suffering from AD, who had started homeopathic treatment at <4.9 years of age were invited to follow-up assessment 8 years later and 40 children (mean age 12.9) were examined; 28/40 (70%) had a complete disappearance of AD, 12/40 children (30.0%) were still affected by AD; 8/40 (20%) had asthma and 8/40 patients had, or developed, allergic rhinitis. Conclusion - These preliminary results seem to confirm a positive therapeutic effect of homeopathy in atopic children. Furthermore, according to the data from the literature paediatric patients treated with homeopathy seem to show a reduced tendency to maintain AD and develop asthma (and allergic rhinitis) in adult age.
La ricerca di laboratorio in omeopatia di Teresa De Monte Anisur R. Khuda-Bukhsh, è un medico indiano che ha scritto la sua tesi di dottorato sulla necessità di indagare sull'omeopatia con mezzi moderni per sostenerne l'efficacia e difendere le nuove idee volte a capirne il meccanismo di azione. La tesi prende spunto dalla revisione del lavoro del suo collega Moffett (Integr Cancer Ther, 2006; 5: 333): dopo aver esaminato i concetti e il lavoro di Hahnemann (similia, proving, dinamizzazione, succussione, etc.), l'autore evidenzia che non si dovrebbe assumere alcun cibo almeno un ora prima o dopo l'assunzione di un rimedio omeopatico e discute sulla forza vitale rilasciata in qualche modo dal processo di "succussione" al "veicolo". Afferma che la medicina omeopatica è diretta conseguenza della malattia e che anche la "mente" e la "costituzione generale" sono importanti, specie nei casi di malattia cronica. Vale a dire che il rimedio non può essere diverso solamente per la stessa malattia ma anche per due persone che soffrono della stessa malattia che differisce in qualche specifico sintomo.
Nuove prospettive nel trattamento della secchezza vaginale post-menopausale e nella perdita di tono o turgore dei genitali esterni femminili. Prof Osvaldo Sponzilli Roma Nel corso della vita, gli organi genitali femminili subiscono una serie di cambiamenti morfostrutturali e funzionali. Le modificazioni avvengono gradualmente e nel periodo peri-menopausale (42-50 anni) si accellerano notevolmente per brusca caduta dei livelli ormonali estrogenici. La secchezza vaginale e i disturbi genito-urinari avanzano con gli anni dalla post-menopausa, provocando prurito, bruciore e dispareunia, e l'attività sessuale è spesso compromessa. Gli organi genitali subiscono quindi una progressiva riduzione di fibre collagene ed elastiche, diminuisce la vascolarizzazione con colorito sempre più pallido e la muscolatura perde di tono per avviarsi verso una sempre maggiore ipotrofia. Le raccomandazioni indicate dalla North American Menopause Association e dalle linee guida di pratica clinica della Società di Ginecologia e Ostetricia del Canada la complessità della disfunzione sessuale femminile necessita di un approccio biopsicosociale, con interventi che vanno dai cambiamenti dello stile di vita e di educazione sessuale, a terapie del pavimento pelvico, a coadiuvanti sessuali, a farmaci e integratori alimentari Le Linee Guida e raccomandazioni, prodotte in coincidenza con la menopausa World Day 2010, evidenziano come tali disturbi causano disagio e ridotta qualità della vita ed indicano che il trattamentomigliore e più logico per l'atrofia urogenitale è quello di utilizzare gli estrogeni locali. Una valida alternativa alla terapia ormonale, non sempre possibile e spesso poco gradita, può essere validamente rappresentata da terapie infiltrative locali. Intervenendo precocemente è possibile ridonare turgore, idratazione ed elasticità ad un tessuto che, come tutti gli altri e, spesso in misura maggiore, risente negativamente dei vari fattori di invecchiamento ed in particolare di quelli ormonali. Per prevenire e contrastare e migliorare le condizioni di trofismo ed elasticità cutanea si possono eseguire infiltrazioni con sostanze ad azione biostimolante e biorivitalizzante come: fattori di crescita piastrinici, acido ialuronico naturale, omotossicologici, carbossiterapia o biostimolazione LED. La terapia può essere associata, per esaltare il grado di idratazione, con l’applicazione topica di gel e con terapie orali naturali. Il vaccino contro l’influenza miete in un anno ben 396 morti NEL GIRO DI UN ANNO Le reazioni violente ai vaccini stagionali contro l’influenza, con danni alla salute dei pazienti, sono più che raddoppiate. Un dato preoccupante che il procuratore vicario di Torino, Raffaele Guariniello, ha deciso di indagare con l’apertura formale di un’inchiesta. La preoccupante statistica è dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, obbligata per legge alla sorveglianza sanitaria. Parla di 161 casi nella stagione 2008-2009 e di ben 396 in quella 2009-2010. Un dato che, in qualche modo, può essere spiegato dalla maggiore attenzione dovuta all’esplodere, nell’anno appena trascorso, della fobia per il virus A/H1N1, ma non solo. L’indagine prende spunto da due querele, arrivate nei giorni scorsi sulla scrivania del magistrato, presentate da due donne (entrambe di una cinquantina d’anni, la prima torinese, la seconda di una cittadina della cintura) che lamentano di aver subito gravi conseguenze a seguito della somministrazione del vaccino.La prima dichiara di essere stata colpita da Polimiosite, patologia che fa parte di un gruppo di malattie muscolari e che rientra nel novero delle malattie rare. All’inizio la signora non riusciva a chiudere i pugni e pensava a un’artrite. Ottenuta la diagnosi, ha fatto ulteriori controlli: i suoi consulenti medici sono sicuri che ci sia un nesso tra la somministrazione del vaccino antinfluenzale e la malattia insorta.La seconda, invece, dichiara di aver contratto una mielopatia che la costringe a camminare appoggiata a un girello con quattro ruote. ALL’INIZIO Ha dichiarato di avvertire un senso di spossatezza e stanchezza che è andato via via peggiorando fino a darle la sensazione di non riuscire a governare il proprio corpo. Se queste patologie siano l’effetto collaterale non voluto del vaccino lo giudicheranno i tecnici, ma dall’indagine su questi due casi è emersa una situazione generale che merita approfondimenti. Secondo l’Aifa nella stagione 2009-2010 due persone sono morte a seguito della vaccinazione (erano tre nel 2008-2009), ma sono aumentati i casi di gravi conseguenze (39 nel 2008-2009 e 72 nel 2009-2010) e di bambini piccoli di età compresa tra i sei mesi e i due anni (4 nella stagione 2008-2009 e addirittura 12 in quella 2009-2010).L’inchiesta della procura di Torino è su un prodotto specifico, il Vaxigrip della Sanofi Aventis. Una delle due querelanti lamenta il fatto che nel foglietto delle istruzioni non sia contenuto, tra le controindicazioni, la possibilità di contrarre la polimiosite. Una circostanza che potrebbe sfuggire al classico cittadino che di rado si sofferma a leggere il cosiddetto «bugiardino», ma che potrebbe tornare utile ai medici e agli specialisti quando somministrano questo genere di farmaci.Guariniello ha già affidato una consulenza medica per accertare se le due malattie contratte dalle signore torinesi possano essere in qualche modo essere messe in collegamento con il vaccino antinfluenzale. Solo una volta arrivati gli esiti l’indagine prenderà corpo in una direzione piuttosto che un’altra.
Cancro, creato l’anticorpo in grado di evitare il formarsi delle metastasi I ricercatori dell'Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (ISREC) hanno scoperto che è la periostina a favorire la diffusione del tumore maligno e sperimentato le contromosse. Che sulle cavie da laboratorio funzionano. Ora toccherà ai test sull'uomoIl ricercatore svizzero Joerg Huelsken Per diffondersi dal suo punto di origine in altre parti del corpo, il I ricercatori hanno isolato la proteina e hanno creato un anticorpo in grado di bloccarla sbarrando la strada alle metastasi. Nelle sperimentazioni condotte sui topolini non sono stati riportati effetti collaterali gravi. Ma per capire come funziona questa nuova strategia bisogna conoscere il meccanismo attraverso il quale si sviluppano i cosiddetti tumori secondari. Le metastasi si sviluppano quando le cosiddette “cellule staminali del cancro” riescono a trovare una sorta di “nicchia” entro la quale proliferare. Ma per farlo hanno bisogno della periostina che prepara quindi l’ambiente ideale che ospiterà le metastasi. “Senza questa proteina, la cellula staminale del cancro non può dar luogo a metastasi”, ha spiegato Joerg Huelsken, autore principale dello studio. Il ricercatore, insieme al suo team di ricerca, è infatti riuscito a dimostrare che bloccando l’azione della periostina è possibile prevenire l’insorgenza di tumori secondari. “Abbiamo sviluppato un anticorpo che aderisce a questa proteina, rendendola inoperativa, e speriamo in questo modo di essere in grado di bloccare il processo di formazione delle metastasi”, ha spiegato Huelsken. Sui topolini ha funzionato. Ora il prossimo passo è trovare un anticorpo analogo efficace e sicuro anche per gli esseri umani. Riuscire in questa impresa significa poter finalmente disporre di una nuova strategia terapeutica che riesce a confinare il tumore nel suo punto di origine, aumentando le possibilità per i pazienti di sconfiggerlo e sopravvivere. Stress cronico: scoperto il meccanismo molecolare del danno cromosomico La somministrazione ai topi di agonisti dell'adrenalina ha determinato la degradazione progressiva della proteina di soppressione tumorale p53 22 agosto 2011 Per molti anni numerosi studi hanno mostrato un'associazione lo stress cronico con il danno cromosomico; ma qual è la relazione causale tra questi due fattori? Un meccanismo molecolare in grado di fornire una plausibile risposta è stato scoperto grazie a un nuovo studio condotto presso il Duke University Medical Center. “Il nostro è probabilmente il primo studio a proporre uno specifico meccanismo grazie al quale un marcatore di stress cronico, l'elevato livello di adrenalina, può alla lunga causare un danno al DNA”, ha commentato Robert J. Lefkowitz, professore di medicina e biochimica della Duke e autore senior dell'articolo apparso sulla rivista Nature. Nello studio, a un gruppo di topi è stato somministrato un composto simile all'adrenalina che agisce sul recettore beta-adrenergico, che Lefkowitz e colleghi studiano da molti anni, riproducendo le condizioni di stress cronico. In particolare, l'attenzione si è focalizzata sulla P53, una proteina di soppressione tumorale considerata “un guardiano” del genoma, in grado di prevenire anomalie genetiche. “Lo studio ha mostrato che lo stress cronico porta a un prolungato abbassamento dei livelli di p53”, ha commentato Makoto Hara, collega di Lefkowitz che ha partecipato alla ricerca. “Ipotizziamo quindi che sia questa l'origine delle anomalie cromosomiche riscontrate nei topi sottoposti a condizioni di stress cronico”. In passato, Lefkowitz e colleghi hanno dedicato gran parte delle loro ricerca alla caratterizzazione dei recettori accoppiati alla proteina G (GPCR), come i recettori beta-adrenergici. Questi recettori situati sulla superficie delle membrane cellulari sono i bersagli molecolari di molti farmaci, tra i quali i beta bloccanti, gli antistaminici e i farmaci contro l'ulcera. Gli studi sono poi proseguiti lungo un'altra linea di ricerca, ovvero sulla proteina beta-arrestina. Inizialmente si ipotizzava che le proteine di questa famiglia agissero semplicemente inibendo il cammino delle proteine G ma si stanno accumulando prove del fatto che esse siano responsabili di specifiche attività biochimiche. In quest'ultimo studio, in particolare, i ricercatori hanno scoperto un meccanismo molecolare mediante il quale alcuni composti agiscono tramite la proteina G e i cammini beta-arrestina per innescare un danno a carico del DNA. Secondo quanto reso noto nell'articolo di resoconto pubblicato sulla rivista Nature, la somministrazione ai topi di agonisti dell'adrenalina per quattro settimane ha determinato la degradazione progressiva della p53. Oltre a ciò, lo studio ha mostrato che lo stesso danno poteva essere prevenuto in topi mancanti del gene per la beta-arrestina 1. Il deficit di questa proteina ha infatti stabilizzato i livelli cellulari di p53 nel timo, un organo che risponde in modo acuto allo stress cronico, e nei testicoli, in cui lo stress paterno può influenzare il genoma della progenie. (fc) Meno calorie, più plasticità cerebrale 17 agosto 2011 Una ricerca sull'ambliopia nei topi adulti ha analizzato la relazione tra riduzione di cibo e capacità di recuperare i danni del cervello Una moderata riduzione dell'apporto calorico giornaliero è in grado di 'ringiovanire il cervello', promuovendo negli animali adulti un incremento della plasticità cerebrale, caratteristica peculiare del sistema nervoso giovane. Ad analizzare tale relazione, la ricerca 'Food restriction enhances visual cortex plasticity in adulthood', realizzata su ratti adulti e sani da un gruppo di ricercatori dell'Istituto di neuroscienze del CNR di Pisa (In-Cnr) guidato da Lamberto Maffei. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications. "Abbiamo dimostrato che una lieve riduzione delle calorie ingerite ha un forte impatto sulla plasticità del cervello, quella caratteristica che ci permette di apprendere, memorizzare e promuovere il recupero da danni cerebrali di vario genere", afferma Maria Spolidoro, che ha partecipato alla ricerca. Lo studio è stato realizzato principalmente sulla plasticità del sistema visivo, utilizzando la deprivazione monoculare, continua la Spolidoro: "Una procedura che, effettuata durante le fasi precoci dello sviluppo postnatale, determina cambiamenti funzionali e anatomici a livello della corteccia visiva primaria binoculare ed è modello sperimentale per una delle patologie più diffuse della vista, l'ambliopia (nota anche come 'occhio pigro')". "Tale patologia, la cui incidenza nella popolazione umana raggiunge l'1-4%, può essere indotta solo da alterazioni della vista presenti in età precoce: il suo trattamento risulta pertanto inefficace se ritardato all'età adulta", evidenzia ancora la ricercatrice. "Lo studio, invece, ha dimostrato come la restrizione calorica induca cambiamenti molecolari noti per essere correlati con un innalzamento della plasticità e ha consentito, pertanto, di intervenire sull'ambliopia anche in ratti adulti." "Una limitata diminuzione di cibo può avere effetti sorprendenti sull'aspettativa di vita media in una grande varietà di specie: dai lieviti, ai vermi, ai moscerini della frutta, ai roditori fino alle scimmie", conclude Spolidoro. "Tale aumento della longevità parrebbe accompagnato da un effettivo antagonismo del processo di invecchiamento sia a livello di salute in generale - con minore incidenza di malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione e neoplasie - sia a livello cerebrale, con conseguente rallentamento del declino cognitivo e dei deficit di memoria dell'ippocampo". "L'indagine - osserva Maffei - dimostra che la natura ha dotato gli esseri viventi di un potente mezzo di sopravvivenza: la ricerca del cibo, che spinge gli animali a esplorare l'ambiente circostante, e la fame, altro fenomeno adattativo in grado di acuire le potenzialità cognitive. Tuttavia, bisogna fare attenzione: una deprivazione di cibo eccessiva o prolungata può avere effetti diametralmente opposti, causando un grave stress all'organismo".
Luc Montagnier PARIGI L'impressione è quella di essere osservati. Scrutati. Lo sguardo di Luc Montagnier si fissa su cose che mai, a un comune mortale, verrebbe in mente di notare. Mentre parla percorre la pelle del viso di chi ha davanti, ne mettea fuocoi capelli,e lo sguardo può scendere fino alle mani, le dita, le unghie. Un esame rapido, ma completo. Deformazione professionale, professore? La domanda lo fa ridere (e non è facile). «Un po'» ammette. Incontriamo Luc Montagnier nel palazzo dell'Unesco, dal 1993 sede della sua Fondazione mondiale di ricerca e prevenzione dell'Aids. Da quasi mezzo secolo il professore studia il dna umano. Lo studia da ben prima di scoprire, nell '83, il virus dell'Aids e di meritare per questo il Premio Nobel per la medicina (nel 2008, insieme alla collega Françoise Barré-Sinoussi). Novità incoraggianti sull'alopecia Prof. Osvaldo Sponzilli Sempre più frequentemente situazioni ereditarie, metaboliche, da errato stile di vita o da stress e scarsa resilienza possono causare un impoverimento della capigliatura che può manifestarsi in vario modo. Dalla chiazza a moneta, completamente glabra dell'alopecia areata, all'assottigliamento del fusto dei capelli con perdita di volume e di forza, al diradamento socratico al vertice che contraddistingue l'alopecia androgenetica programmata nel DNA individuale. Questa programmazione può rimanere a lungo recessiva cioè silente e manifestarsi solo quando delle situazioni esterne traumatiche si manifestano.Una sperimentazione di due anni nella cura di varie forme di Alopecia condotta dall' Ambulatorio di Medicina Anti Aging dell'Ospedale San Pietro FBF di Roma e dal Research Institute in Clinical Homeopathy, Acupuncture and Psychotherapy ha dimostrato evidenti miglioramenti nel 75% del campione esaminato, in relazione alla gravità della forma. Si è ricorso a una terapia combinata di carbossiterapia e omeopatia in forma iniettiva. I risultati senza dubbio incoraggianti
28/09/2010 L’acqua conserva le informazioni biologiche e, sotto opportune condizioni, può trasmetterle, con enormi implicazioni a livello diagnostico e forse terapeutico. È un tema difficile e delicato, che fa subito pensare alla tanto discussa “memoria dell’acqua”, diventata negli anni ‘80 uno scandalo scientifico e rimasta in seguito come un tabù impronunciabile. Ma se a sostenere la tesi è un premio Nobel del calibro di Luc Montagnier, merita almeno di essere accostato con attenzione. Il biologo francese non sembra di quelli che sai lasciano andare a conclusioni avventate: «Mi interessa essere razionale - ci ha detto - e sono convinto che serva una base razionale alla medicina. La mia non è una presa di posizione a priori ma si basa su dati e riscontri sperimentali. Pensi che nel nostro laboratorio, pur essendo un piccolo gruppo, abbiamo nuovi risultati quasi ogni settimana». Un assaggio di questi dati l’ha fornito nei giorni scorsi durante la Conferenza Regionale su Ricerca e Innovazione a Cagliari. Lì l’abbiamo incontrato e abbiamo raccolto il suo appello per una nuova medicina, che punti sulla ricerca di base, che sappia unire le competenze di biologia e di fisica e che sia orientata decisamente alla prevenzione. Quello della collaborazione tra biologi e fisici è un suo cavallo di battaglia ed è la via che sta percorrendo da almeno cinque anni (non aveva ancora vinto il Nobel, conquistato nel 2008 per l’individuazione del virus dell’HIV), quando ha iniziato le ricerche sulle proprietà fisiche del DNA. «Mi sono trovato a interessarmi, per ragioni diverse, agli stessi argomenti di Jacques Benveniste, che avevo conosciuto quando aveva proposto la tesi della memoria dell’acqua. Lui era un immunologo io un virologo ma i nostri studi hanno un punto di convergenza proprio nel comportamento singolare dell’acqua». Montagnier è arrivato a quel punto dopo aver osservato la ricomparsa di micoplasmi in una sospensione sottoposta ad altissima filtrazione precedentemente posta a contatto per due o tre settimane con linfociti T umani. La sua interpretazione è che nel filtrato esistano delle nanostrutture contenenti frammenti dell'informazione genetica che viene poi ricostruita. Responsabile di questo fenomeno è la generazione di onde elettromagnetiche a bassa frequenza da parte di sequenze del DNA di specie batteriche e di virus in diluizioni acquose appropriate. Gli esperimenti del team di Montagnier sono documentati nell’articolo “Electromagnetic Signals Are Produced by Aqueous Nanostructures Derived from Bacterial DNA Sequences”, pubblicato nel 2009 sulla rivista Interdisciplinary Science; viene descritto un apparato sperimentale piuttosto semplice per la cattura dei segnali elettromagnetici: una bobina con all’interno una provetta con la soluzione da analizzare, un amplificatore e un PC. L’emissione di onde viene interpretata come un fenomeno di risonanza, innescato dal fondo elettromagnetico presente nell’ambiente che agisce sulla struttura orientata e coerente delle molecole d’acqua. «Alcuni fisici teorici hanno studiato il fenomeno e hanno proposto dei modelli: molto interessanti sono ad esempio quelli proposti dall’italiano Emilio del Giudice, avviati a suo tempo con il compianto Giuliano Preparata. Ma sono in contatto anche con altri gruppi, specialmente in Usa». Certo, c’è ancora molto da studiare: ad esempio bisogna capire come si mantiene stabile la coerenza delle molecole di acqua. Ma la situazione è ben diversa da quella che si è verificata con Benveniste: «Lui è stato accusato, a mio avviso ingiustamente, di aver falsificato e manipolato gli esperimenti. Io ho ripetuto quegli esperimenti: una possibilità che lui non aveva. Il mio vantaggio è proprio quello di avere a disposizione strumenti e tecniche che consentono di riprodurre più volte tutti i test; e, si sa, la riproducibilità è una condizione fondamentale per sostenere la scientificità di una teoria». Montagnier è convinto di aver aperto una strada interessante e si sta impegnando per «convincere i colleghi». Anche perché le potenzialità sono notevoli: «Potremmo scoprire il ruolo ancor più fondamentale dell’acqua nei viventi. Ci potrebbero essere nell’acqua i segnali di agenti patogeni, questo non solo per patologie infettive ma anche per altre dove non si conosce agente: pensi ad esempio alla sclerosi multipla. E naturalmente alla cura dell’AIDS». Ma sono soprattutto le potenziali applicazioni diagnostiche che attirano gli sforzi del premio Nobel. Che nota una certa chiusura di molta medicina attuale nei confronti delle tecniche di prevenzione, ad esempio nel caso delle malattie neurodegenerative e nel problema dell’invecchiamento in genere. La possibilità di individuare in anticipo, tramite opportuni test clinici, la presenza di certi agenti patogeni diventa in molti casi una grande opportunità. Montagnier è consapevole di aver imboccato una strada difficile: «sono argomenti che eccitano gli animi e hanno implicazioni spesso indesiderate»; ma è anche abituato alle controversie. La più accesa è stata quella combattuta con Robert Gallo per la priorità della scoperta del virus dell’HIV, scoppiata nel 1984 e riattizzata due anni fa quando al francese è stato conferito il Nobel e all’americano no. Ma ormai anche questa vicenda sembra superata e in questi giorni molti giornali hanno riportato le immagini della cordiale stretta di mano tra i due scienziati a Venezia durante il convegno della Fondazione Veronesi. Anche a Cagliari Montagnier ha terminato la sua conferenza mostrando una foto che lo ritrae insieme all’antico rivale.
di Federico Angelini Il concetto operativo su cui tutta l'omeopatia verte è il Principio di Similitudine - "Similia similibus curentur", un'esortazione e non un dictat - per cui sostanze somministrate in dosi ponderali ad un organismo sano darebbero origine a sintomi e segni curabili dalla medesima sostanza in microdose, o ultralow dose, anche se scatenati da eziologie diverse da un'intossicazione. Il database degli Esperimenti della Ricerca di Base in Omeopatia (HomBRex) fornisce, fino al 2008, almeno 1300 esperimenti con sostanze omeopatiche su organismi interi, organi, cellule e strutture intracellulari, con una predominanza di studi clinici effettuati su ratti malati.
L'omeopatia e la meccanica quantistica John Stewart Bell è stato un grande fisico e, al di là del suo famoso teorema sulle inuguaglianze, è stato autore di uno dei più bei libri di meccanica quantistica che siano mai stati scritti. di Andrea Dei In "Speakable and unspeakable in quantum mechanics" (Dicibile e indicibile in meccanica quantistica - Ed. Italiana Adelphi, 2010) si può imparare il significato di concetti quali la località, l'entanglement (intreccio), i cosiddetti "esseribili reali", le variabili nascoste e tutte quelle cose che dovrebbero spiegare le leggi intime del mondo nel quale viviamo. Con un caveat: esse per la nostra mente sono altamente illogiche, ancorché formulabili matematicamente. Il fatto che per certuni siano logiche e siano base di spiegazione di modelli strumentali è per me degno di ammirazione o tacciabile di ciarlataneria. Nel caso dell'articolo apparso su Homeopathy (2007, 96, 220) a firma di Otto Weingartner e molto ben riassunto da Carlo Di Stanislao, che da medico è un non addetto ai lavori, la seconda ipotesi è altamente più probabile.
di Tiziana Di Giampietro L'indagine, che fu promossa da un gruppo di ricercatori dell'Università di Seattle-Washington, indagò le possibilità terapeutiche dell'omeopatia nella diarrea acuta, malattia di grande impatto sociale a causa dell'elevato numero di perdite nella popolazione pediatrica dei paesi in via di sviluppo (principale causa di morbilità e mortalità pediatrica in tutto il mondo, responsabile di 5 milioni di decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni, sul totale di 1,3 miliardi di episodi), per la quale manca, a tutt'oggi, un trattamento farmacologico risolutivo. Sconsigliato, nella gran parte dei casi, l'uso di antibiotici che potrebbero peggiorare o cronicizzare il quadro, resta la cura reidratante orale che, pur essendo essenziale nell'evitare la morte da disidratazione, non ne abbrevia la durata. L'efficacia clinica del trattamento omeopatico, ripetutamente segnalata in letteratura, mancava di una valutazione formale che ne dimostrasse, oltre all'utilità terapeutica, anche la convenienza economica, non trascurabile sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli "civilizzati" ma oberati dalla crisi monetaria. Intolleranza al latte: anche in età adulta, non dipende solo dal lattosio e può provocare danni
In realtà questo tipo di intolleranza, che può nascere comunque nell’età adulta, è spesso trascinata fin dall’infanzia in modo inapparente e coinvolge aspetti generali come lo sviluppo corporeo, la crescita in altezza e la presenza di sintomi infiammatori intestinali. Molti pediatri e medici si applicano in modo encomiabile alla soluzione delle ipersensibilità al latte vaccino, frequentissime in età neonatale e pediatrica, ritenendo che il problema, una volta risolto, non sia più meritevole di attenzione. Dopo un periodo di rigida eliminazione del latte e dei latticini, di solito vengono reintrodotte queste sostanze in modo graduale, e a quel punto il bambino viene considerato guarito. In realtà un lavoro finlandese (Kokkonen J. et al, J Pediatr Gastroenterol Nutr 2001 Feb;32(2):156-61) non recentissimo ma reso attualissimo dal tono delle ultime polemiche sul tema, ha dimostrato che l'allergia al latte non scompare, ma si trasforma, consentendo ai soggetti che ne hanno sofferto di raggiungere una tolleranza parziale, che evita danni acuti ma conserva invece gli effetti infiammatori locali e generali tipici dell'intolleranza alle proteine del latte. Il lavoro ha confrontato un gruppo di ragazzi (teoricamente guariti dall’allergia al latte sofferta prima dell’anno di vita), con un gruppo di controllo. Circa il 45% di questi ragazzi, sottoposti ad una dieta di eliminazione-scatenamento ha evidenziato la comparsa di sintomi intestinali, mentre solo il 10% dei controlli lo ha fatto. Lo sviluppo corporeo dell'intero gruppo di “ex allergici” era minore del gruppo di controllo e soprattutto l’altezza era significativamente minore nei soggetti che presentavano ancora sintomi intestinali (quelli per cui di solito ci si sente dire che è meglio andare dallo psicologo perché sono solo disturbi nervosi!). La positività al breath test (intolleranza al lattosio) era presente solo nel 14% dei casi (contro il 45% che comunque presentava sintomi). È ovvio quindi che non si può considerare l’intolleranza al latte solo come un problema dovuto al lattosio. I soggetti con intolleranza al latte avevano meno anticorpi verso le proteine del latte, a testimoniare che i fenomeni di intolleranza non sono solo legati agli anticorpi di tipo allergico (le Immunoglobuline E). Per chi si occupa da anni di intolleranze alimentari sembrano cose ovvie, ma non lo sono nella pratica clinica quotidiana di confronto con le convinzioni mediche. È indubbio che solo un'indicazione oculata di tipo dietologico, che rispetti delle pause alimentari (vedi La dieta per il recupero della tolleranza e Trucchi base per una salute di ferro) può davvero evitare che una patologia dell’infanzia mantenga i suoi effetti nel corso degli anni. Questo accade anche per la difficoltà che il mondo accademico ha nel riconoscere la presenza delle intolleranze alimentari, anche quando i dati scientifici ne evidenziano sempre più l'esistenza. Dott. Attilio Speciani,
di Italo Grassi Il concetto che basse esposizioni (subletali) di sostanze tossiche possono indurre tolleranza verso dosaggi più elevati è nota da molto tempo con il nome di ormesi. L'antrace, il botulino, la peste, il vaiolo, la tularemia, l'enterotossina dello Staphylococcus B, il gas mostarda, il cianuro di idrogeno, il cloro, il sarin e il soman sono agenti biologici e chimici (BCA) che, in mano a terroristi, rappresentano gravi pericoli per la salute delle forze militari e delle popolazioni civili di tutto il mondo. Uno studio pubblicato su Homeopathy ha indagato se sono stati eseguiti studi seri e mirati su tossine a bassi dosaggi (LD, ovvero concentrazioni fino a 10 alla -23M) e ultra-low (ULD, al di sotto di 10 alla -23M), in grado di prevenire e curare queste minacce. Tra oltre 2600, solo cinque studi, riportati in cinque pubblicazioni, sono stati effettuati con un buon rigore metodologico. La qualità degli studi è stata valutata utilizzando l'indice di qualità scientifica per ricerche di laboratorio sui bassi dosaggi tossicologici; questo indice è stato sviluppato da Klaus Linde e colleghi in consultazione con tossicologi, statistici e biomatematici per valutare il rigore scientifico e metodologico di ciascuno studio. Dei cinque valutati, l'unico studio riguardante un agente biologico è stato quello sulla F. tularensis: furono esaminati, in vivo, gli effetti protettivi di un pretrattamento con preparazioni LD e ULD a base di tessuto infetto di F. tularensis in un gruppo di topi. L'indice di protezione (PI) verso la tularemia da parte dei topi pretrattati con LD e ULD variavano da 0% a 35% con una media di mortalità complessiva ridotta al 22%, molto inferiore rispetto ai controlli trattati con placebo. Tra gli agenti chimici, il sarin è stato l'agente nervino più frequentemente studiato (4 esperimenti), seguito dal soman (2 esperimenti), uno dei quali in combinazione con il sarin. Tuttavia gli altri studi hanno esaminato soltanto gli effetti stimolanti e non quelli protettivi da parte di sostanze LD. Uno studio ha approfondito i comportamenti e l'attività del livello di colina in risposta alla somministrazione di soman, accertando un aumento del 147% di colina nella corteccia dei ratti esposti a LD di soman. Un altro studio ha valutato l'azione in vitro del sarin sul riflesso spinale monosinaptico (MSR) del ratto neonato, riscontrando una facilitazione di questo riflesso in bassa concentrazione seguita da depressione del MSR ad una concentrazione più alta. Un altro studio ha verificato gli effetti acuti neurotossici del sarin nel sistema nervoso centrale (SNC) del ratto, constatando che l'attività del tronco cerebrale, dopo l'esposizione al sarin, mostrava una risposta bifasica, rispetto ai controlli, con un calo iniziale delle attività di colina acetiltransferasi seguita da un significativo incremento di 160-170% nelle successive 6-20 ore. L'ultima ricerca ha esaminato la tossicità di sarin e soman a livello neurocomportamentale sui ratti e ha rilevato che somministrazioni LD di sarin inducevano effetti ansiogeni, mentre dosi più elevate diminuivano questi effetti. Anche se solo uno di questi studi ha risposto alla domanda iniziale di protezione con somministrazione di tossine LD e ULD, tuttavia è risultato chiaramente che sostanze tossiche LD e ULD producono effetti stimolanti sperimentati sui tessuti, sia in vivo che in vitro. Homeopathy, 2004, 93, (4), 173
STORIA DELLA MEDICINA di Federico Angelini Negli anni '50 Hong Kong era già una città dove le culture dell'Est e dell'Ovest si incontravano, e anche la medicina si apriva alle scoperte scientifiche dell'occidente evoluto. Governata per un secolo dagli anglosassoni, Hong Kong non poté non subire l'influenza della cultura europea e tuttavia questo non alterò la gerarchia della professione medica cinese divisa allora in "medico generico", agopunturista ed una sorta di ortopedico, i cui strumenti rimanevano fondamentalmente la fitoterapia, l'agopuntura e le pratiche tradizionali di cura. Schmidt era un medico tedesco che, oltre a conoscere la medicina allora convenzionale al mondo occidentale, aveva approfondito lo studio dell'agopuntura, di cui fu un pioniere, e dell'omeopatia. In un suo viaggio in Hong Kong tenne un discorso ad una platea di medici, in cui sottolineò quanto la medicina tradizionale cinese (MTC) avesse delle basi scientifiche interagendo con il sistema nervoso degli esseri umani, e quanto queste prove di scientificità fossero da ricercare con rigore applicando i metodi nuovi della scienza per "ripulire" questa cultura millenaria dalla superstizione. Oltre questo Schmidt rilevò le somiglianze della MTC con l'omeopatia, allora sconosciuta in Cina, nella presa in considerazione del malato in toto, e non del singolo organo malato, della sindrome intera con le sue modalità di miglioramento ed aggravamento, e nell'uso di sostanze in dosi non tossiche. Homeopathy, 2010, 99, (3), 210 Il fenomeno
dell'Ormesi può spiegare il meccanismo di azione dell'omeopatia: Stessa
sostanza con effetti molto diversi
Febbre suina fonte:http://www.farmacoecura.it con integrazione omeopatica La febbre suina (o influenza A, o nuova influenza) è una malattia che colpisce le vie respiratorie, è molto contagiosa ma di norma con scarsa mortalità. In data 11 giugno, a seguito di un improvviso aumento di casi in un terzo continente (l’Australia, dopo America ed Europa) l’OMS ha dichiarato che il mondo sta affrontando una pandemia, ossia un’epidemia su scala mondiale delle nuova influenza. Il livello 6 è indice della diffusione della malattia, non della sua gravità che al momento viene definita moderata. In Italia, in data 26 agosto, l’andamento è in linea con quanto previsto con un numero di casi pari a circa 1800 contagi. SINTOMI Questa forma influenzale è generalmente piuttosto blanda e si esaurisce nella maggior parte dei casi con 4 giorni a letto. I sintomi della febbre suina sono gli stessi sintomi dell’influenza tradizionale: Febbre superiore ai 38°, TRASMISSIONE Si trasmette come la tradizionale influenza attraverso minuscole gocce di saliva durante starnuti, tosse o mentre si parla; tra uomini il contagio può essere facilitato dagli stessi fattori di rischio dell’influenza tradizionale: strette di mano, starnuti, luoghi chiusi ed affollati. Si sa per certo inoltre che la trasmissione può avvenire per via indiretta, per esempio attraverso il contatto con mani contaminate da secrezioni respiratorie. Il periodo di incubazione è di norma di alcuni giorni, mentre eccezionalmente può ridursi fino a 24 ore. La persona infetta è contagiosa da qualche giorno prima della comparsa dei sintomi e per altri 4-5 giorni. Alcune categorie, bambini sopratutto, possono rimanere contagiosi anche per 10 giorni o più. Si stima che ogni nuovo malato sia in grado di infettare 1.5 persone nei tre giorni precedenti alla comparsa di febbre, tosse e degli altri sintomi della febbre suina; questa è la ragione dell’altissimo tasso di diffusione che sta manifestando il virus della nuova influenza. PERICOLI In generale la malattia non è storicamente pericolosa, ma questa mutazione del virus ha già causato diverse morti nel mondo per complicazioni a seguito dell’influenza. Si sottolineano tuttavia le scarse risorse mediche delle zone colpite dalla maggioranza dei decessi. E’ opinione diffusa che questa forma influenzale sia particolarmente contagiosa, ma scarsamente aggressiva per quanto riguarda sintomi ed esito. CURA E TERAPIA Secondo l’Oms il virus della febbre suina non sarebbe sensibile a tutti i farmaci antivirali: sembra resistente all’amatadina e alla rimantidina e sensibile all’Oseltamivir (Tamiflu®) e Zanamivir (Relenza®). Non esistono farmaci preventivi allopatici e non è di alcuna utilità l’utilizzo di antibiotici (come riferito erroneamente da alcuni giornali parlando di Oseltamivir e Zanamivir, che sono antivirali). Si può effettuare una prevenzione omeopatica con Engistol 1 compressa da succhiare mattina e sera e Oscillococcinum 200k una dose ogni 7 giorni 2 ore dopo cena sotto la lingua. In data 22 luglio il Ministero della Sanità ha diffuso le nuove linee guida relative al trattamento della nuova influenza suina, tracciamone un sunto: E’ necessario razionalizzare i farmaci per non trovarsi impreparati in caso di necessità. Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Eurosurveillance, ha dimostrato che in molti bambini trattati a scopo profilattico con Oseltamivir si sono presentati effetti collaterali quali nausea, vomito, diarrea, incubi e insonnia.
Ruta efficace contro i tumori cerebrali Fonte: Int J Oncol, 2003, 23, (4), 975
Il fumo affatica la tiroide. Fonte: Asvold BO et al. Tobacco smoking and thyroid function: a population-based study. Arch Intern Med. 2007 Jul 9;167(13):1428-32
In Piemonte
cancellate le vaccinazioni obbligatorie
Magnesio indicato nella fibrillazione atriale (Am J Cardiol 2007; 99:
1726-32)
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