Latte e derivati indeboliscono il sistema immunitario intestinale?

Il latte vaccino può creare intolleranze? È giusto berlo a colazione? Con cosa può essere sostituito? Domande cui risponde il professor Osvaldo Sponzilli

http://www.piusanipiubelli.it/alimentazione/latte-derivati-indeboliscono-sistema-immunitario-intestinale.htm

Omeopatia: prevenire l’invecchiamento con la medicina dolce

Da cosa dipende l’invecchiamento? Scopriamolo insieme e analizziamo le diverse tecniche di medicina naturale che possono aiutarci nel combatterlo

http://www.piusanipiubelli.it/benessere/fitoterapia-omeopatia/omeopatia-prevenire-invecchiamento-con-medicina-dolce.htm

 

Homeopathy in paediatric atopic diseases: long-term results in children with atopic dermatitis

Homeopathy, 2012, 101 (1), 13-20

Aim - To study the socio-demographic features, the prescribed remedies and the outcome of atopic diseases in children treated with homeopathy at the Homeopathic Clinic of Lucca (Italy), and the long-term outcome of children suffering from atopic dermatitis (AD) after an approximate 8-year period (range 5–10 years). Methods ur data derive from an observational longitudinal study carried out on 213 children (38.6%) with atopic diseases out of 551 children consecutively examined from September 1998 to December 2008. We used the Glasgow Homeopathic Hospital Outcome Score to evaluate the results that were classified on the basis of a Likert scale. Results - Eighty-three (39%) children were affected by asthma, 51 (24%) by allergic rhinoconjunctivitis, 76 (36%) by AD and 3 (1%) by food intolerance. Follow-up patients were 104 (48.8%), and 65 (62.5%) of them reported a major improvement or resolution. The parents of paediatric patients suffering from AD, who had started homeopathic treatment at <4.9 years of age were invited to follow-up assessment 8 years later and 40 children (mean age 12.9) were examined; 28/40 (70%) had a complete disappearance of AD, 12/40 children (30.0%) were still affected by AD; 8/40 (20%) had asthma and 8/40 patients had, or developed, allergic rhinitis. Conclusion - These preliminary results seem to confirm a positive therapeutic effect of homeopathy in atopic children. Furthermore, according to the data from the literature paediatric patients treated with homeopathy seem to show a reduced tendency to maintain AD and develop asthma (and allergic rhinitis) in adult age.

 

La ricerca di laboratorio in omeopatia

di Teresa De Monte

Anisur R. Khuda-Bukhsh, è un medico indiano che ha scritto la sua tesi di dottorato sulla necessità di indagare sull'omeopatia con mezzi moderni per sostenerne l'efficacia e difendere le nuove idee volte a capirne il meccanismo di azione. La tesi prende spunto dalla revisione del lavoro del suo collega Moffett (Integr Cancer Ther, 2006; 5: 333): dopo aver esaminato i concetti e il lavoro di Hahnemann (similia, proving, dinamizzazione, succussione, etc.), l'autore evidenzia che non si dovrebbe assumere alcun cibo almeno un ora prima o dopo l'assunzione di un rimedio omeopatico e discute sulla forza vitale rilasciata in qualche modo dal processo di "succussione" al "veicolo". Afferma che la medicina omeopatica è diretta conseguenza della malattia e che anche la "mente" e la "costituzione generale" sono importanti, specie nei casi di malattia cronica. Vale a dire che il rimedio non può essere diverso solamente per la stessa malattia ma anche per due persone che soffrono della stessa malattia che differisce in qualche specifico sintomo.
Il punto decisivo dell'omeopatia è che i rimedi omeopatici non sono soluzioni ma piuttosto succussione di sostanze: Khuda-Bukhsh cerca di rispondere al quesito se c'è trasferimento della proprietà medicinale al veicolo, il formarsi dei clathrate, le diluizioni ultramolecolari e propone un'ipotesi basata sull'evidenza che le medicine omeopatiche potenziate agiscono attraverso la regolamentazione di un gene collegato alla manifestazione del miglioramento e la cura dei sintomi della malattia. In vivo il laboratorio sperimenta la risposta biologica: Apis e Istamina sono una possibile ragione di uso per gli effetti positivi sulle allergie. Tutto ciò rivela che i rimedi omeopatici possono agire a livello molecolare, subcellulare, cellulare, fisiologico e possono efficacemente migliorare il processo riparativo del DNA che comporta partecipazione attiva di alcuni specifici geni. La necessità di utilizzare alcuni rimedi "costituzionali" in casi cronici, può avere una particolare azione per cambiare adeguatamente una specifica "composizione genetica" o "costituzione", in quanto la volontà rende i rimedi sintomatici più attivi. L'omeopatia merita un approccio più sistematico per capire i suoi paradigmi e per facilitarne l'uso, con la maggiore fiducia possibile da parte di chi preferisce questo tipo di trattamento.

 

Nuove prospettive nel trattamento della secchezza vaginale post-menopausale e nella perdita di tono o turgore dei genitali esterni femminili.

Prof Osvaldo Sponzilli Roma

Nel corso della vita, gli organi genitali femminili subiscono una serie di cambiamenti morfostrutturali e funzionali. Le modificazioni avvengono gradualmente e nel periodo peri-menopausale (42-50 anni) si accellerano notevolmente per brusca caduta dei livelli ormonali estrogenici. La secchezza vaginale e i disturbi genito-urinari avanzano con gli anni dalla post-menopausa, provocando prurito, bruciore e dispareunia, e l'attività sessuale è spesso compromessa. Gli organi genitali subiscono quindi una progressiva riduzione di fibre collagene ed elastiche, diminuisce la vascolarizzazione con colorito sempre più pallido e la muscolatura perde di tono per avviarsi verso una sempre maggiore ipotrofia. Le raccomandazioni indicate dalla North American Menopause Association e dalle linee guida di pratica clinica della Società di Ginecologia e Ostetricia del Canada la complessità della disfunzione sessuale femminile necessita di un approccio biopsicosociale, con interventi che vanno dai cambiamenti dello stile di vita e di educazione sessuale, a terapie del pavimento pelvico, a coadiuvanti sessuali, a farmaci e integratori alimentari Le Linee Guida e raccomandazioni, prodotte in coincidenza con la menopausa World Day 2010, evidenziano come tali disturbi causano disagio e ridotta qualità della vita ed indicano che il trattamentomigliore e più logico per l'atrofia urogenitale è quello di utilizzare gli estrogeni locali. Una valida alternativa alla terapia ormonale, non sempre possibile e spesso poco gradita, può essere validamente rappresentata da terapie infiltrative locali. Intervenendo precocemente è possibile ridonare turgore, idratazione ed elasticità ad un tessuto che, come tutti gli altri e, spesso in misura maggiore, risente negativamente dei vari fattori di invecchiamento ed in particolare di quelli ormonali. Per prevenire e contrastare e migliorare le condizioni di trofismo ed elasticità cutanea si possono eseguire infiltrazioni con sostanze ad azione biostimolante e biorivitalizzante come: fattori di crescita piastrinici, acido ialuronico naturale, omotossicologici, carbossiterapia o biostimolazione LED. La terapia può essere associata, per esaltare il grado di idratazione, con l’applicazione topica di gel e con terapie orali naturali.

Il vaccino contro l’influenza miete in un anno ben 396 morti

NEL GIRO DI UN ANNO Le reazioni violente ai vaccini stagionali contro l’influenza, con danni alla salute dei pazienti, sono più che raddoppiate. Un dato preoccupante che il procuratore vicario di Torino, Raffaele Guariniello, ha deciso di indagare con l’apertura formale di un’inchiesta. La preoccupante statistica è dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, obbligata per legge alla sorveglianza sanitaria. Parla di 161 casi nella stagione 2008-2009 e di ben 396 in quella 2009-2010. Un dato che, in qualche modo, può essere spiegato dalla maggiore attenzione dovuta all’esplodere, nell’anno appena trascorso, della fobia per il virus A/H1N1, ma non solo.

L’indagine prende spunto da due querele, arrivate nei giorni scorsi sulla scrivania del magistrato, presentate da due donne (entrambe di una cinquantina d’anni, la prima torinese, la seconda di una cittadina della cintura) che lamentano di aver subito gravi conseguenze a seguito della somministrazione del vaccino.La prima dichiara di essere stata colpita da Polimiosite, patologia che fa parte di un gruppo di malattie muscolari e che rientra nel novero delle malattie rare. All’inizio la signora non riusciva a chiudere i pugni e pensava a un’artrite. Ottenuta la diagnosi, ha fatto ulteriori controlli: i suoi consulenti medici sono sicuri che ci sia un nesso tra la somministrazione del vaccino antinfluenzale e la malattia insorta.La seconda, invece, dichiara di aver contratto una mielopatia che la costringe a camminare appoggiata a un girello con quattro ruote.

ALL’INIZIO Ha dichiarato di avvertire un senso di spossatezza e stanchezza che è andato via via peggiorando fino a darle la sensazione di non riuscire a governare il proprio corpo. Se queste patologie siano l’effetto collaterale non voluto del vaccino lo giudicheranno i tecnici, ma dall’indagine su questi due casi è emersa una situazione generale che merita approfondimenti. Secondo l’Aifa nella stagione 2009-2010 due persone sono morte a seguito della vaccinazione (erano tre nel 2008-2009), ma sono aumentati i casi di gravi conseguenze (39 nel 2008-2009 e 72 nel 2009-2010) e di bambini piccoli di età compresa tra i sei mesi e i due anni (4 nella stagione 2008-2009 e addirittura 12 in quella 2009-2010).L’inchiesta della procura di Torino è su un prodotto specifico, il Vaxigrip della Sanofi Aventis. Una delle due querelanti lamenta il fatto che nel foglietto delle istruzioni non sia contenuto, tra le controindicazioni, la possibilità di contrarre la polimiosite. Una circostanza che potrebbe sfuggire al classico cittadino che di rado si sofferma a leggere il cosiddetto «bugiardino», ma che potrebbe tornare utile ai medici e agli specialisti quando somministrano questo genere di farmaci.Guariniello ha già affidato una consulenza medica per accertare se le due malattie contratte dalle signore torinesi possano essere in qualche modo essere messe in collegamento con il vaccino antinfluenzale. Solo una volta arrivati gli esiti l’indagine prenderà corpo in una direzione piuttosto che un’altra.

 

Cancro, creato l’anticorpo in grado di evitare il formarsi delle metastasi

I ricercatori dell'Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (ISREC) hanno scoperto che è la periostina a favorire la diffusione del tumore maligno e sperimentato le contromosse. Che sulle cavie da laboratorio funzionano. Ora toccherà ai test sull'uomoIl ricercatore svizzero Joerg Huelsken Per diffondersi dal suo punto di origine in altre parti del corpo, il
tumore ha bisogno di una proteina prodotta naturalmente dal nostro organismo. Si chiama “periostina“, conosciuta già da tempo per avere un ruolo importante nello sviluppo fetale e attiva negli adulti solo in organi specifici (ad esempio nelle ghiandole mammarie, nelle ossa, nella pelle e nell’intestino). Ma quando si è colpiti da un cancro è proprio questa proteina, inizialmente innocua, che prepara il terreno all’invasione delle cellule tumorali. A scoprirlo è stato uno studio dell’Istituto svizzero per la ricerca sperimentale sul cancro (ISREC), pubblicato sulla rivista Nature.

I ricercatori hanno isolato la proteina e hanno creato un anticorpo in grado di bloccarla sbarrando la strada alle metastasi. Nelle sperimentazioni condotte sui topolini non sono stati riportati effetti collaterali gravi. Ma per capire come funziona questa nuova strategia bisogna conoscere il meccanismo attraverso il quale si sviluppano i cosiddetti tumori secondari. Le metastasi si sviluppano quando le cosiddette “cellule staminali del cancro” riescono a trovare una sorta di “nicchia” entro la quale proliferare. Ma per farlo hanno bisogno della periostina che prepara quindi l’ambiente ideale che ospiterà le metastasi.

“Senza questa proteina, la cellula staminale del cancro non può dar luogo a metastasi”, ha spiegato Joerg Huelsken, autore principale dello studio. Il ricercatore, insieme al suo team di ricerca, è infatti riuscito a dimostrare che bloccando l’azione della periostina è possibile prevenire l’insorgenza di tumori secondari.

“Abbiamo sviluppato un anticorpo che aderisce a questa proteina, rendendola inoperativa, e speriamo in questo modo di essere in grado di bloccare il processo di formazione delle metastasi”, ha spiegato Huelsken. Sui topolini ha funzionato. Ora il prossimo passo è trovare un anticorpo analogo efficace e sicuro anche per gli esseri umani. Riuscire in questa impresa significa poter finalmente disporre di una nuova strategia terapeutica che riesce a confinare il tumore nel suo punto di origine, aumentando le possibilità per i pazienti di sconfiggerlo e sopravvivere.

Stress cronico: scoperto il meccanismo molecolare del danno cromosomico La somministrazione ai topi di agonisti dell'adrenalina ha determinato la degradazione progressiva della proteina di soppressione tumorale p53

22 agosto 2011

Per molti anni numerosi studi hanno mostrato un'associazione lo stress cronico con il danno cromosomico; ma qual è la relazione causale tra questi due fattori? Un meccanismo molecolare in grado di fornire una plausibile risposta è stato scoperto grazie a un nuovo studio condotto presso il Duke University Medical Center. “Il nostro è probabilmente il primo studio a proporre uno specifico meccanismo grazie al quale un marcatore di stress cronico, l'elevato livello di adrenalina, può alla lunga causare un danno al DNA”, ha commentato Robert J. Lefkowitz, professore di medicina e biochimica della Duke e autore senior dell'articolo apparso sulla rivista Nature. Nello studio, a un gruppo di topi è stato somministrato un composto simile all'adrenalina che agisce sul recettore beta-adrenergico, che Lefkowitz e colleghi studiano da molti anni, riproducendo le condizioni di stress cronico. In particolare, l'attenzione si è focalizzata sulla P53, una proteina di soppressione tumorale considerata “un guardiano” del genoma, in grado di prevenire anomalie genetiche. “Lo studio ha mostrato che lo stress cronico porta a un prolungato abbassamento dei livelli di p53”, ha commentato Makoto Hara, collega di Lefkowitz che ha partecipato alla ricerca. “Ipotizziamo quindi che sia questa l'origine delle anomalie cromosomiche riscontrate nei topi sottoposti a condizioni di stress cronico”. In passato, Lefkowitz e colleghi hanno dedicato gran parte delle loro ricerca alla caratterizzazione dei recettori accoppiati alla proteina G (GPCR), come i recettori beta-adrenergici. Questi recettori situati sulla superficie delle membrane cellulari sono i bersagli molecolari di molti farmaci, tra i quali i beta bloccanti, gli antistaminici e i farmaci contro l'ulcera. Gli studi sono poi proseguiti lungo un'altra linea di ricerca, ovvero sulla proteina beta-arrestina. Inizialmente si ipotizzava che le proteine di questa famiglia agissero semplicemente inibendo il cammino delle proteine G ma si stanno accumulando prove del fatto che esse siano responsabili di specifiche attività biochimiche. In quest'ultimo studio, in particolare, i ricercatori hanno scoperto un meccanismo molecolare mediante il quale alcuni composti agiscono tramite la proteina G e i cammini beta-arrestina per innescare un danno a carico del DNA. Secondo quanto reso noto nell'articolo di resoconto pubblicato sulla rivista Nature, la somministrazione ai topi di agonisti dell'adrenalina per quattro settimane ha determinato la degradazione progressiva della p53. Oltre a ciò, lo studio ha mostrato che lo stesso danno poteva essere prevenuto in topi mancanti del gene per la beta-arrestina 1. Il deficit di questa proteina ha infatti stabilizzato i livelli cellulari di p53 nel timo, un organo che risponde in modo acuto allo stress cronico, e nei testicoli, in cui lo stress paterno può influenzare il genoma della progenie. (fc)

Meno calorie, più plasticità cerebrale

17 agosto 2011

Una ricerca sull'ambliopia nei topi adulti ha analizzato la relazione tra riduzione di cibo e capacità di recuperare i danni del cervello

Una moderata riduzione dell'apporto calorico giornaliero è in grado di 'ringiovanire il cervello', promuovendo negli animali adulti un incremento della plasticità cerebrale, caratteristica peculiare del sistema nervoso giovane. Ad analizzare tale relazione, la ricerca 'Food restriction enhances visual cortex plasticity in adulthood', realizzata su ratti adulti e sani da un gruppo di ricercatori dell'Istituto di neuroscienze del CNR di Pisa (In-Cnr) guidato da Lamberto Maffei. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

"Abbiamo dimostrato che una lieve riduzione delle calorie ingerite ha un forte impatto sulla plasticità del cervello, quella caratteristica che ci permette di apprendere, memorizzare e promuovere il recupero da danni cerebrali di vario genere", afferma Maria Spolidoro, che ha partecipato alla ricerca.

Lo studio è stato realizzato principalmente sulla plasticità del sistema visivo, utilizzando la deprivazione monoculare, continua la Spolidoro: "Una procedura che, effettuata durante le fasi precoci dello sviluppo postnatale, determina cambiamenti funzionali e anatomici a livello della corteccia visiva primaria binoculare ed è modello sperimentale per una delle patologie più diffuse della vista, l'ambliopia (nota anche come 'occhio pigro')".

"Tale patologia, la cui incidenza nella popolazione umana raggiunge l'1-4%, può essere indotta solo da alterazioni della vista presenti in età precoce: il suo trattamento risulta pertanto inefficace se ritardato all'età adulta", evidenzia ancora la ricercatrice. "Lo studio, invece, ha dimostrato come la restrizione calorica induca cambiamenti molecolari noti per essere correlati con un innalzamento della plasticità e ha consentito, pertanto, di intervenire sull'ambliopia anche in ratti adulti."

"Una limitata diminuzione di cibo può avere effetti sorprendenti sull'aspettativa di vita media in una grande varietà di specie: dai lieviti, ai vermi, ai moscerini della frutta, ai roditori fino alle scimmie", conclude Spolidoro. "Tale aumento della longevità parrebbe accompagnato da un effettivo antagonismo del processo di invecchiamento sia a livello di salute in generale - con minore incidenza di malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione e neoplasie - sia a livello cerebrale, con conseguente rallentamento del declino cognitivo e dei deficit di memoria dell'ippocampo".

"L'indagine - osserva Maffei - dimostra che la natura ha dotato gli esseri viventi di un potente mezzo di sopravvivenza: la ricerca del cibo, che spinge gli animali a esplorare l'ambiente circostante, e la fame, altro fenomeno adattativo in grado di acuire le potenzialità cognitive. Tuttavia, bisogna fare attenzione: una deprivazione di cibo eccessiva o prolungata può avere effetti diametralmente opposti, causando un grave stress all'organismo".

 

 

Luc Montagnier
05 giugno 2011

PARIGI

L'impressione è quella di essere osservati. Scrutati. Lo sguardo di Luc Montagnier si fissa su cose che mai, a un comune mortale, verrebbe in mente di notare. Mentre parla percorre la pelle del viso di chi ha davanti, ne mettea fuocoi capelli,e lo sguardo può scendere fino alle mani, le dita, le unghie. Un esame rapido, ma completo. Deformazione professionale, professore? La domanda lo fa ridere (e non è facile). «Un po'» ammette. Incontriamo Luc Montagnier nel palazzo dell'Unesco, dal 1993 sede della sua Fondazione mondiale di ricerca e prevenzione dell'Aids. Da quasi mezzo secolo il professore studia il dna umano. Lo studia da ben prima di scoprire, nell '83, il virus dell'Aids e di meritare per questo il Premio Nobel per la medicina (nel 2008, insieme alla collega Françoise Barré-Sinoussi).
Nato nel '32a Chabris, un paesotto del Berry (a sud della Loira), l'infanzia di Luc Montagnier scorre serena.È figlio unico, amatissimo. Ma a cinque anni, mentre attraversa una strada, un'automobile spunta all'improvviso a tutta velocità.
Colpisce il bambino e lo scaraventa lontano. Sarà il primo dei due traumi dell'infanzia dello scienziato (il secondo sarà il bombardamento della sua casa nel '44 da parte degli Alleati). Dopo due giorni di coma il piccolo Luc si risveglia come nulla fosse, una nuova vita. La cicatrice a forma di stellina al centro della guancia sinistra sarà per sempre memoria di quell'incidente. Anche oggi è il suo "segno particolare". Di quei due giorni nel sonno profondo del coma il professore non ricorda nulla. «C'è chi racconta di avere visto la luce, o parenti trapassati. Io niente». Ma la ragione del suo agnosticismo è da cercare soprattutto nel bombardamento del '44. «In quel momento conobbi una paura viscerale, la paura di sparire. E in quel momento l'idea di Dio cominciò ad abbandonarmi» racconta Montagnier in Le Nobel et le moine ("Il Nobel e il monaco"), libro in forma di dialogo con padre Michel Niaussat, monaco cistercense, e trascritto nel 2009 da Philippe Harrouard nel 2009 ma mai pubblicato in Italia.
Non si porrà quindi scrupoli religiosi nell'affrontare problemi etici legati alla medicina. «La religione non c'entra. La religione è fatta di dogmi; nella mia professione i dogmi non esistono. Tutto può cambiare. Ma se parliamo di etica posso dirle che sono contrario alle manipolazioni del genoma. Bisogna essere molto prudenti perché si mette mano a una cosa che ha impiegato milioni di anni per costituirsi. Ed è per questo che sono contrario a les mères porteuses (l'utero in affitto, ndr. ). C'è una ragione biologica: l'uovo fecondato si fissa sulle pareti di un utero estraneo. Anche se il bambino nascerà sano non sappiamo ciò che accadrà negli anni, nelle future generazioni. E c'è anche una ragione etica in senso stretto: si dà vita per denaro, si crea un mercato attorno a un fatto così prodigioso».
Il nostro taccuino è fitto di domande e di argomenti da affrontare. Il raggio di ricerca di Luc Montagnier è molto esteso.
E così la cronaca della sua vita. Potremmo parlare con lui di virologia, di oncologia, dell'invecchiamento (il professore è quasi certo che, grazie alle scoperte scientifiche, in futuro si potrà arrivare sani fino ai centoventi anni), di molecole, di batteri, del testa a testa con il ricercatore americano Robert Gallo nel diritto - poi ottenuto - di aggiudicarsi la scoperta del virus HIV I (poi anche dell'isolamento dell'HIV II, più diffuso in Africa); gli si potrebbe chiedere della sua delusione per essere stato mandato in pensione ai regolamentari 65 anni dall'Istituto Pasteur, lui che aveva fatto una delle scoperte del secolo; farlo parlare della sua assoluta fiducia verso gli antiossidanti (papaya fermentata in testa, ma anche il glutathion o gli omega3) e dell'incontro con Giovanni Paolo II al quale portò, come rimedio al Parkinson, proprio le bustine di papaya. Ma sono cose già molto note, scritte in La scienza ci guarirà, il suo bel libro uscito da noi nel 2009. Meglio dunque guardare avanti.
Luc Montagnier parla a voce bassa, ogni tanto tossisce. È appena tornato dalla Cina. Dopo aver pubblicato due articoli sulla rivista scientifica Interdisciplinary sciences della quale presiede il comitato editorialee il cui editoreè cinese, nel novembre scorso l'università Jiaotong di Shanghai gli ha messo a disposizione laboratori e ricercatori.
Montagnier viaggia molto (tra Cina, Stati Uniti, e Africa, in particolare Camerun dove nel 2006, in collaborazione con l'Unesco, con la Cooperazione Italiana e con il professor Vittorio Colizzi dell'Università Tor Vergata di Roma ha inaugurato un centro internazionale di ricerca sull'Aids), ma fa sempre base a Parigi, dove ha sede la sua Fondazione. Ma il problemaè sempre la mancanza di stanziamenti validi per la ricerca. Anche quando si tratta di aiutare un Nobel.
«Sono un po' preoccupato per il centro di Yaounde. Il progetto italiano è finito nel 2010 e con Colizzi, direttore ad interim, abbiamo chiesto al governo di Roma di finanziare un direttore scientifico.
Per ora nessuna risposta». Impossibile persino la semplice organizzazione di un grande evento musicale a Verona, programmato per la metà di giugno con il titolo Una notte per l'Africa (al quale la Rai aveva già dato la sua disponibilità).
La Fondazione di Montagnier aveva ottenuto dal sindaco l'utilizzazione dell'Arena, ma poi i responsabili della programmazione non si sono più fatti vivi.
Pur essendo l'autore della scoperta del secolo (scorso) Luc Montagnier resta uno scienziato "scomodo", uno che pensa con la sua testa, anche a rischio di apparire eccentrico, di osare l'inosabile.
«Perché crede che io abbia pubblicato i miei esperimenti in corso su una rivista scientifica cinese? Perché quelle europeeo americane avrebbero tirato fuori le pistole». Avrebbero gridato allo scandalo. Da alcuni anni infatti il professore basa i suoi studi e i suoi esperimenti sulla teoria della «memoria dell'acqua». La applica a tutte le sue ricerche. Scoperta nel 1988 da Jacques Benveniste - lo scienziato francese morto nel 2004 e al centro di un violento discredito scientifico - questa teoria suppone che l'acqua conservi la memoria delle sostanze che ha contenuto; che la conservi anche dopo infinite diluizioni e quindi dopo la scomparsa di queste sostanze dalla soluzione acquosa. È il principio dell'omeopatia. In alte diluizioni acquose il dna provocherebbe delle onde elettromagnetiche, aprendo così la strada a un sistema rivelatore, altamente sensibile, di infezioni batteriche croniche umane e animali. «Tempo fa avevo fatto un progetto, ma il Consiglio superiore della ricerca lo ha rifiutato. Appena sentono il nome di Benveniste sono presi da un terrore intellettuale. È morto senza aver portato a termine il suo lavoro, rifiutato dai comitati scientifici, anche francesi. E allora mi viene in mente Galileo. Solo che in questo caso non si tratta di oscurantismo religioso, ma scientifico. Perché quando sconvolgi le concezioni comuni, non appena cambi un paradigma, sono guai. Quando chiedevano a Max Plant, Nobel tedesco per la fisica, come aveva fatto a convincere il mondo scientifico, i colleghi, della sua Teoria dei Quanti, "semplice", rispondeva, "ho aspettato che fossero morti tutti"».
Senza arrivare a questi estremi, pro fessore: quanto si dovrà aspettare per il vaccino dell'Aids? «Perché vuole un vaccino?». Come perché? Lei non lo vorrebbe? «Per quanto sicuro possa essere, un vaccino non funziona mai al cento per cento. Senza contare gli effetti secondari. E tutti gli infettati di oggi, tutti quei bambini, li facciamo morire? Sono già malati. A che cosa servirebbe loro un vaccino? Io penso piuttostoa un vaccino terapeutico che possa aiutare i malati a sbarazzarsi del virus. Ci sono regioni in Cina in cui il tasso di infezione è altissimo». Questo significa che nel suo laboratorio di Shanghai ci stanno già lavorando...? «Per ora le notizie non sono incoraggianti, ma abbiamo trovato delle " elites controleurs ", cioè persone infette ma non malate. Le ricerche sono in corsoe la rispostaè che si tratti di un fatto genetico: quelle " elites" hanno un sistema genetico che blocca il virus rendendole immuni. Posso dire che un progetto di vaccino dorme in certe scatole ma, prima di divulgare la notizia, andrà pubblicato su una rivista scientifica». Un'ultima domanda professore: come faremo a vivere fino a centoventi anni? «Stando lontani dallo stress, facendo una moderata attività fisica, mangiando cibo sano, facendosi aiutare dagli antiossidanti. E - cosa che da sempre dico ai miei figli- lavandosi il più possibile le mani: i nostri insospettabili nemici, i trasmettitori più pericolosi di malattie infettive, sono le maniglie di uso comune, nel metrò, sugli autobus, nei bagni pubblici».

Novità incoraggianti sull'alopecia

Prof. Osvaldo Sponzilli
Diretttore Ambulatorio di Medicina Anti Aging, Omeopatia e Agopuntura
Ospedale San Pietro FBF Roma - Docente Università Tor Vergata Roma

Sempre più frequentemente situazioni ereditarie, metaboliche, da errato stile di vita o da stress e scarsa resilienza possono causare un impoverimento della capigliatura che può manifestarsi in vario modo. Dalla chiazza a moneta, completamente glabra dell'alopecia areata, all'assottigliamento del fusto dei capelli con perdita di volume e di forza, al diradamento socratico al vertice che contraddistingue l'alopecia androgenetica programmata nel DNA individuale. Questa programmazione può rimanere a lungo recessiva cioè silente e manifestarsi solo quando delle situazioni esterne traumatiche si manifestano.Una sperimentazione di due anni nella cura di varie forme di Alopecia condotta dall' Ambulatorio di Medicina Anti Aging dell'Ospedale San Pietro FBF di Roma e dal Research Institute in Clinical Homeopathy, Acupuncture and Psychotherapy ha dimostrato evidenti miglioramenti nel 75% del campione esaminato, in relazione alla gravità della forma. Si è ricorso a una terapia combinata di carbossiterapia e omeopatia in forma iniettiva. I risultati senza dubbio incoraggianti

 

28/09/2010
Il Premio Nobel Montagnier e la memoria dell'acqua

L’acqua conserva le informazioni biologiche e, sotto opportune condizioni, può trasmetterle, con enormi implicazioni a livello diagnostico e forse terapeutico. È un tema difficile e delicato, che fa subito pensare alla tanto discussa “memoria dell’acqua”, diventata negli anni ‘80 uno scandalo scientifico e rimasta in seguito come un tabù impronunciabile. Ma se a sostenere la tesi è un premio Nobel del calibro di Luc Montagnier, merita almeno di essere accostato con attenzione.

Il biologo francese non sembra di quelli che sai lasciano andare a conclusioni avventate: «Mi interessa essere razionale - ci ha detto - e sono convinto che serva una base razionale alla medicina. La mia non è una presa di posizione a priori ma si basa su dati e riscontri sperimentali. Pensi che nel nostro laboratorio, pur essendo un piccolo gruppo, abbiamo nuovi risultati quasi ogni settimana».

Un assaggio di questi dati l’ha fornito nei giorni scorsi durante la Conferenza Regionale su Ricerca e Innovazione a Cagliari. Lì l’abbiamo incontrato e abbiamo raccolto il suo appello per una nuova medicina, che punti sulla ricerca di base, che sappia unire le competenze di biologia e di fisica e che sia orientata decisamente alla prevenzione.

Quello della collaborazione tra biologi e fisici è un suo cavallo di battaglia ed è la via che sta percorrendo da almeno cinque anni (non aveva ancora vinto il Nobel, conquistato nel 2008 per l’individuazione del virus dell’HIV), quando ha iniziato le ricerche sulle proprietà fisiche del DNA. «Mi sono trovato a interessarmi, per ragioni diverse, agli stessi argomenti di Jacques Benveniste, che avevo conosciuto quando aveva proposto la tesi della memoria dell’acqua. Lui era un immunologo io un virologo ma i nostri studi hanno un punto di convergenza proprio nel comportamento singolare dell’acqua».

Montagnier è arrivato a quel punto dopo aver osservato la ricomparsa di micoplasmi in una sospensione sottoposta ad altissima filtrazione precedentemente posta a contatto per due o tre settimane con linfociti T umani. La sua interpretazione è che nel filtrato esistano delle nanostrutture contenenti frammenti dell'informazione genetica che viene poi ricostruita. Responsabile di questo fenomeno è la generazione di onde elettromagnetiche a bassa frequenza da parte di sequenze del DNA di specie batteriche e di virus in diluizioni acquose appropriate.

Gli esperimenti del team di Montagnier sono documentati nell’articolo “Electromagnetic Signals Are Produced by Aqueous Nanostructures Derived from Bacterial DNA Sequences”, pubblicato nel 2009 sulla rivista Interdisciplinary Science; viene descritto un apparato sperimentale piuttosto semplice per la cattura dei segnali elettromagnetici: una bobina con all’interno una provetta con la soluzione da analizzare, un amplificatore e un PC.

L’emissione di onde viene interpretata come un fenomeno di risonanza, innescato dal fondo elettromagnetico presente nell’ambiente che agisce sulla struttura orientata e coerente delle molecole d’acqua. «Alcuni fisici teorici hanno studiato il fenomeno e hanno proposto dei modelli: molto interessanti sono ad esempio quelli proposti dall’italiano Emilio del Giudice, avviati a suo tempo con il compianto Giuliano Preparata. Ma sono in contatto anche con altri gruppi, specialmente in Usa».

Certo, c’è ancora molto da studiare: ad esempio bisogna capire come si mantiene stabile la coerenza delle molecole di acqua. Ma la situazione è ben diversa da quella che si è verificata con Benveniste: «Lui è stato accusato, a mio avviso ingiustamente, di aver falsificato e manipolato gli esperimenti. Io ho ripetuto quegli esperimenti: una possibilità che lui non aveva. Il mio vantaggio è proprio quello di avere a disposizione strumenti e tecniche che consentono di riprodurre più volte tutti i test; e, si sa, la riproducibilità è una condizione fondamentale per sostenere la scientificità di una teoria».

Montagnier è convinto di aver aperto una strada interessante e si sta impegnando per «convincere i colleghi». Anche perché le potenzialità sono notevoli: «Potremmo scoprire il ruolo ancor più fondamentale dell’acqua nei viventi. Ci potrebbero essere nell’acqua i segnali di agenti patogeni, questo non solo per patologie infettive ma anche per altre dove non si conosce agente: pensi ad esempio alla sclerosi multipla. E naturalmente alla cura dell’AIDS».

Ma sono soprattutto le potenziali applicazioni diagnostiche che attirano gli sforzi del premio Nobel. Che nota una certa chiusura di molta medicina attuale nei confronti delle tecniche di prevenzione, ad esempio nel caso delle malattie neurodegenerative e nel problema dell’invecchiamento in genere. La possibilità di individuare in anticipo, tramite opportuni test clinici, la presenza di certi agenti patogeni diventa in molti casi una grande opportunità.

Montagnier è consapevole di aver imboccato una strada difficile: «sono argomenti che eccitano gli animi e hanno implicazioni spesso indesiderate»; ma è anche abituato alle controversie. La più accesa è stata quella combattuta con Robert Gallo per la priorità della scoperta del virus dell’HIV, scoppiata nel 1984 e riattizzata due anni fa quando al francese è stato conferito il Nobel e all’americano no.

Ma ormai anche questa vicenda sembra superata e in questi giorni molti giornali hanno riportato le immagini della cordiale stretta di mano tra i due scienziati a Venezia durante il convegno della Fondazione Veronesi. Anche a Cagliari Montagnier ha terminato la sua conferenza mostrando una foto che lo ritrae insieme all’antico rivale.


Ricerca di base in omeopatia, tra ratti e ormesi

di Federico Angelini

Il concetto operativo su cui tutta l'omeopatia verte è il Principio di Similitudine - "Similia similibus curentur", un'esortazione e non un dictat - per cui sostanze somministrate in dosi ponderali ad un organismo sano darebbero origine a sintomi e segni curabili dalla medesima sostanza in microdose, o ultralow dose, anche se scatenati da eziologie diverse da un'intossicazione. Il database degli Esperimenti della Ricerca di Base in Omeopatia (HomBRex) fornisce, fino al 2008, almeno 1300 esperimenti con sostanze omeopatiche su organismi interi, organi, cellule e strutture intracellulari, con una predominanza di studi clinici effettuati su ratti malati.
L'intossicazione è lo stato di malattia maggiormente indagato, con l'arsenico in prima posizione nell'applicazione del principio del simile in senso omologo e non eterologo (la stessa sostanza che causa la malattia in dose ponderale viene utilizzata in low dose come terapia). L'escrezione di una tossina è un parametro frequentemente valutato, così come altri elementi più o meno specifici, quali infiammazione, valori ematici e parametri di funzione d'organo. Da tutti questi studi è evidente un punto di contatto tra l'ormesi e l'omeopatia. Per quanto la prima tratti dosi di sostanze che non superano il limite di Avogadro, mentre l'omeopatia studia anche l'ultra low dose, entrambe riscontrano un'inversione di azione delle sostanze dose dipendente nell'organismo che le riceve, e l'efficacia, documentata dal tossicologo Calabrese, della "post-conditioning hormesis" e cioè della capacità della sostanza in low dose di dare, attraverso piccoli stimoli, effetti benefici su cellule o organismi anche in seguito a notevoli stress - che suona come una possibile traduzione in chiave moderna della più poetica "forza vitale" o "vis medicatrix naturae". I ratti sembrano essere quindi cavie promettenti per la raccolta di preziose informazioni inerenti il Principio di Similitudine, e per i ricercatori occupati nel campo sia dell'omeopatia, sia dell'ormesi tutto questo può voler dire possibilità di venire a conoscenza dei veri meccanismi alla base dei fenomeni osservati.

 

L'omeopatia e la meccanica quantistica

John Stewart Bell è stato un grande fisico e, al di là del suo famoso teorema sulle inuguaglianze, è stato autore di uno dei più bei libri di meccanica quantistica che siano mai stati scritti.

di Andrea Dei

In "Speakable and unspeakable in quantum mechanics" (Dicibile e indicibile in meccanica quantistica - Ed. Italiana Adelphi, 2010) si può imparare il significato di concetti quali la località, l'entanglement (intreccio), i cosiddetti "esseribili reali", le variabili nascoste e tutte quelle cose che dovrebbero spiegare le leggi intime del mondo nel quale viviamo. Con un caveat: esse per la nostra mente sono altamente illogiche, ancorché formulabili matematicamente. Il fatto che per certuni siano logiche e siano base di spiegazione di modelli strumentali è per me degno di ammirazione o tacciabile di ciarlataneria. Nel caso dell'articolo apparso su Homeopathy (2007, 96, 220) a firma di Otto Weingartner e molto ben riassunto da Carlo Di Stanislao, che da medico è un non addetto ai lavori, la seconda ipotesi è altamente più probabile.
L'omeopatia è un metodo terapeutico operazionale o strumentale e, da un punto di vista filosofico, cade nell'antirealismo. Il che non vuol dire che non è reale, ma solo che non segue una legge determinata. Ma fra la meccanica quantistica e l'omeopatia c'è la stessa differenza che c'è fra un tram e un limone e invocare l'una per spiegare l'altra è un esercizio ridicolo per un banale criterio dimensionale. Purtroppo non è così e molti, avendoci capito il giusto nella meccanica quantistica, si proiettano in fantasticherie indecorose. Weingartner è uno di questi e proclama: l'efficacia dell'omeopatia nasce dall'interazione coerente fra medico, paziente e farmaco e va vista come la risultante di un intreccio (entanglement). Aggiungo che lo dice anche Vitulkas e lo affermano anche gli psicoterapeuti e tutti i sostenitori dell'antipsichiatria, che molti scellerati vorrebbero assimilare ai laureati in medicina. Il che, se fosse vero quello che dice Weingartner, porterebbe a concludere che un rimedio omeopatico prescritto per telefono, email o fax non funziona. A meno che l'autore sia disposto a sostenere, come molti peraltro fanno, che il compito del medico omeopata sia quello di scrivere su un foglio il nome del rimedio, appoggiarlo su un bicchiere d'acqua e, levato il foglio, farglielo bere al paziente. Se Weingartner lavorasse come faccio io con sistemi a singola molecola, si renderebbe conto dell'esistenza della decoerenza che cancella l'informazione a livello sia molecolare che macroscopico (a meno di non lavorare in condizioni estreme), che non sono quelle dei pazienti, degli studi medici e delle realtà fisiche e chimiche che sono i rimedi omeopatici. E questa sarà la mia opinione fino a quando Weingartner non raccoglierà dati estremamente più seri da permettergli di scrivere le sue argomentazioni su giornali più appropriati, senza profittare dell'ignoranza in materia dell'Editorial Board di Homeopathy e senza dimenticare che le sue fantasie portano disdoro e dileggio a una classe di medici che svolgono la loro professione, come si suol dire, con scienza e coscienza, locuzione che io riassumo con un più semplice "onestà".

 

 



Le diarree in Nicaragua, una prova "storica" dell'efficacia dell'omeopatia

di Tiziana Di Giampietro

L'indagine, che fu promossa da un gruppo di ricercatori dell'Università di Seattle-Washington, indagò le possibilità terapeutiche dell'omeopatia nella diarrea acuta, malattia di grande impatto sociale a causa dell'elevato numero di perdite nella popolazione pediatrica dei paesi in via di sviluppo (principale causa di morbilità e mortalità pediatrica in tutto il mondo, responsabile di 5 milioni di decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni, sul totale di 1,3 miliardi di episodi), per la quale manca, a tutt'oggi, un trattamento farmacologico risolutivo. Sconsigliato, nella gran parte dei casi, l'uso di antibiotici che potrebbero peggiorare o cronicizzare il quadro, resta la cura reidratante orale che, pur essendo essenziale nell'evitare la morte da disidratazione, non ne abbrevia la durata. L'efficacia clinica del trattamento omeopatico, ripetutamente segnalata in letteratura, mancava di una valutazione formale che ne dimostrasse, oltre all'utilità terapeutica, anche la convenienza economica, non trascurabile sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli "civilizzati" ma oberati dalla crisi monetaria.
Al di là delle controversie esistenti nella comunità scientifica circa la credibilità della teoria omeopatica, si deve riconoscere a questa ricerca un notevole rigore nell'impostazione metodologica. La randomizzazione in doppio cieco, controllato con un placebo non distinguibile dal verum per sapore, odore, colore, si è svolta nel giugno 1991 a Lèon, in Nicaragua, in due centri sanitari municipali situati nei sobborghi poveri. Furono reclutati 81 bambini, di età compresa tra 6 mesi e 5 anni che presentavano diarrea acuta con 3 o più scariche non formate nelle precedenti 24 ore, e furono esclusi i soggetti che presentavano la diarrea da più di una settimana, o che avevano ricevuto un trattamento allopatico nelle precedenti 48 ore; di ogni bambino fu raccolta attentamente l'anamnesi, annotata la condizione obiettiva dello stato di idratazione e del sensorio ed effettuati gli esami batteriologici; l'entità della diarrea, del vomito, del dolore addominale, furono scelti come indicatori della gravità della forma; la sintomatologia, repertorizzata con metodo informatico, generò una indicazione terapeutica individualizzata e non condizionata da errori di valutazione soggettiva; i controlli quotidiani dell'andamento clinico esaminarono dati prognostici come i giorni necessari a ridurre il numero delle scariche non formate a tre/die per almeno due giorni consecutivi. Il gruppo trattato col verum presentò in terza giornata indici significativamente migliori di quello trattato con placebo (p<0,05). In entrambi i gruppi la reidratazione orale aveva evitato perdite di peso.
Un dato che depone decisamente a favore del trattamento omeopatico emerge anche nelle forme batteriche in cui è stato possibile identificare l'agente etiologico (E. coli, G. lamblia ed E. histolytica), malgrado l'identificazione dell'agente specifico non sia in omeopatia un parametro utile alla selezione del farmaco simile. Per dimostrare meglio la significativa differenza tra i due gruppi la cura omeopatica andrebbe intrapresa fin dai primissimi giorni di malattia, vista la spontanea risoluzione dell'80% dei casi di diarrea entro una settimana dall'esordio. I dati relativi alla riduzione di degenza, costi e rischi di complicanze, avrebbero dovuto rappresentare incentivo ad ulteriori studi mentre ad oggi mancano conferme sperimentali. Gli stati dovrebbero investire di più sulla ricerca indipendente da influenze di gruppi non disinteressati, destinando, in uno spirito di integrazione, fondi anche allo studio della azione e della validità clinica delle CAM.

Intolleranza al latte: anche in età adulta, non dipende solo dal lattosio e può provocare danni


Negli ultimi mesi molte voci cercano di minimizzare la portata dell'ipersensibilità al latte: alcuni la vogliono confinare all'età infantile e altri ridurla a una mera intolleranza al lattosio.

In realtà questo tipo di intolleranza, che può nascere comunque nell’età adulta, è spesso trascinata fin dall’infanzia in modo inapparente e coinvolge aspetti generali come lo sviluppo corporeo, la crescita in altezza e la presenza di sintomi infiammatori intestinali.

Molti pediatri e medici si applicano in modo encomiabile alla soluzione delle ipersensibilità al latte vaccino, frequentissime in età neonatale e pediatrica, ritenendo che il problema, una volta risolto, non sia più meritevole di attenzione.

Dopo un periodo di rigida eliminazione del latte e dei latticini, di solito vengono reintrodotte queste sostanze in modo graduale, e a quel punto il bambino viene considerato guarito.

In realtà un lavoro finlandese (Kokkonen J. et al, J Pediatr Gastroenterol Nutr 2001 Feb;32(2):156-61) non recentissimo ma reso attualissimo dal tono delle ultime polemiche sul tema, ha dimostrato che l'allergia al latte non scompare, ma si trasforma, consentendo ai soggetti che ne hanno sofferto di raggiungere una tolleranza parziale, che evita danni acuti ma conserva invece gli effetti infiammatori locali e generali tipici dell'intolleranza alle proteine del latte.

Il lavoro ha confrontato un gruppo di ragazzi (teoricamente guariti dall’allergia al latte sofferta prima dell’anno di vita), con un gruppo di controllo. Circa il 45% di questi ragazzi, sottoposti ad una dieta di eliminazione-scatenamento ha evidenziato la comparsa di sintomi intestinali, mentre solo il 10% dei controlli lo ha fatto.

Lo sviluppo corporeo dell'intero gruppo di “ex allergici” era minore del gruppo di controllo e soprattutto l’altezza era significativamente minore nei soggetti che presentavano ancora sintomi intestinali (quelli per cui di solito ci si sente dire che è meglio andare dallo psicologo perché sono solo disturbi nervosi!). La positività al breath test (intolleranza al lattosio) era presente solo nel 14% dei casi (contro il 45% che comunque presentava sintomi).

È ovvio quindi che non si può considerare l’intolleranza al latte solo come un problema dovuto al lattosio. I soggetti con intolleranza al latte avevano meno anticorpi verso le proteine del latte, a testimoniare che i fenomeni di intolleranza non sono solo legati agli anticorpi di tipo allergico (le Immunoglobuline E).

Per chi si occupa da anni di intolleranze alimentari sembrano cose ovvie, ma non lo sono nella pratica clinica quotidiana di confronto con le convinzioni mediche.

È indubbio che solo un'indicazione oculata di tipo dietologico, che rispetti delle pause alimentari (vedi La dieta per il recupero della tolleranza e Trucchi base per una salute di ferro) può davvero evitare che una patologia dell’infanzia mantenga i suoi effetti nel corso degli anni.

Questo accade anche per la difficoltà che il mondo accademico ha nel riconoscere la presenza delle intolleranze alimentari, anche quando i dati scientifici ne evidenziano sempre più l'esistenza.

Dott. Attilio Speciani,
allergologo e immunologo clinico

 

 



Efficacia protettiva di tossine a basso dosaggio e ultra-low

di Italo Grassi

Il concetto che basse esposizioni (subletali) di sostanze tossiche possono indurre tolleranza verso dosaggi più elevati è nota da molto tempo con il nome di ormesi. L'antrace, il botulino, la peste, il vaiolo, la tularemia, l'enterotossina dello Staphylococcus B, il gas mostarda, il cianuro di idrogeno, il cloro, il sarin e il soman sono agenti biologici e chimici (BCA) che, in mano a terroristi, rappresentano gravi pericoli per la salute delle forze militari e delle popolazioni civili di tutto il mondo. Uno studio pubblicato su Homeopathy ha indagato se sono stati eseguiti studi seri e mirati su tossine a bassi dosaggi (LD, ovvero concentrazioni fino a 10 alla -23M) e ultra-low (ULD, al di sotto di 10 alla -23M), in grado di prevenire e curare queste minacce. Tra oltre 2600, solo cinque studi, riportati in cinque pubblicazioni, sono stati effettuati con un buon rigore metodologico. La qualità degli studi è stata valutata utilizzando l'indice di qualità scientifica per ricerche di laboratorio sui bassi dosaggi tossicologici; questo indice è stato sviluppato da Klaus Linde e colleghi in consultazione con tossicologi, statistici e biomatematici per valutare il rigore scientifico e metodologico di ciascuno studio. Dei cinque valutati, l'unico studio riguardante un agente biologico è stato quello sulla F. tularensis: furono esaminati, in vivo, gli effetti protettivi di un pretrattamento con preparazioni LD e ULD a base di tessuto infetto di F. tularensis in un gruppo di topi. L'indice di protezione (PI) verso la tularemia da parte dei topi pretrattati con LD e ULD variavano da 0% a 35% con una media di mortalità complessiva ridotta al 22%, molto inferiore rispetto ai controlli trattati con placebo. Tra gli agenti chimici, il sarin è stato l'agente nervino più frequentemente studiato (4 esperimenti), seguito dal soman (2 esperimenti), uno dei quali in combinazione con il sarin. Tuttavia gli altri studi hanno esaminato soltanto gli effetti stimolanti e non quelli protettivi da parte di sostanze LD. Uno studio ha approfondito i comportamenti e l'attività del livello di colina in risposta alla somministrazione di soman, accertando un aumento del 147% di colina nella corteccia dei ratti esposti a LD di soman. Un altro studio ha valutato l'azione in vitro del sarin sul riflesso spinale monosinaptico (MSR) del ratto neonato, riscontrando una facilitazione di questo riflesso in bassa concentrazione seguita da depressione del MSR ad una concentrazione più alta. Un altro studio ha verificato gli effetti acuti neurotossici del sarin nel sistema nervoso centrale (SNC) del ratto, constatando che l'attività del tronco cerebrale, dopo l'esposizione al sarin, mostrava una risposta bifasica, rispetto ai controlli, con un calo iniziale delle attività di colina acetiltransferasi seguita da un significativo incremento di 160-170% nelle successive 6-20 ore. L'ultima ricerca ha esaminato la tossicità di sarin e soman a livello neurocomportamentale sui ratti e ha rilevato che somministrazioni LD di sarin inducevano effetti ansiogeni, mentre dosi più elevate diminuivano questi effetti. Anche se solo uno di questi studi ha risposto alla domanda iniziale di protezione con somministrazione di tossine LD e ULD, tuttavia è risultato chiaramente che sostanze tossiche LD e ULD producono effetti stimolanti sperimentati sui tessuti, sia in vivo che in vitro.

Homeopathy, 2004, 93, (4), 173


STORIA DELLA MEDICINA
Il dottor Schmidt e l'alba della medicina integrata in Cina

di Federico Angelini

Negli anni '50 Hong Kong era già una città dove le culture dell'Est e dell'Ovest si incontravano, e anche la medicina si apriva alle scoperte scientifiche dell'occidente evoluto. Governata per un secolo dagli anglosassoni, Hong Kong non poté non subire l'influenza della cultura europea e tuttavia questo non alterò la gerarchia della professione medica cinese divisa allora in "medico generico", agopunturista ed una sorta di ortopedico, i cui strumenti rimanevano fondamentalmente la fitoterapia, l'agopuntura e le pratiche tradizionali di cura. Schmidt era un medico tedesco che, oltre a conoscere la medicina allora convenzionale al mondo occidentale, aveva approfondito lo studio dell'agopuntura, di cui fu un pioniere, e dell'omeopatia. In un suo viaggio in Hong Kong tenne un discorso ad una platea di medici, in cui sottolineò quanto la medicina tradizionale cinese (MTC) avesse delle basi scientifiche interagendo con il sistema nervoso degli esseri umani, e quanto queste prove di scientificità fossero da ricercare con rigore applicando i metodi nuovi della scienza per "ripulire" questa cultura millenaria dalla superstizione. Oltre questo Schmidt rilevò le somiglianze della MTC con l'omeopatia, allora sconosciuta in Cina, nella presa in considerazione del malato in toto, e non del singolo organo malato, della sindrome intera con le sue modalità di miglioramento ed aggravamento, e nell'uso di sostanze in dosi non tossiche.
Nonostante la MTC possa essere considerata un sistema medico ben più complesso dell'omeopatia, più giovane e ancora molto da sistematizzare, le argomentazioni di Schmidt portarono un incentivo in Cina all'apertura di Università e cliniche dove non solo le nuove conoscenze, ma anche le vecchie tradizioni fossero messe al vaglio della scienza: una problematica antica ma ancora attuale, seppure in forma diversa. E nonostante sia difficile far capire che l'EBM di oggi è un paio di occhiali da "graduare" in base all'occhio che vi guarda attraverso, e in base alle dimensioni dell'oggetto che si sta guardando, l'integrazione, e non l'opposizione, la complementarietà, e non l'unicità o la superiorità, sono ancora oggi considerabili l'unica via per far nascere una cultura medica nuova, aggiornata e sicura.

Homeopathy, 2010, 99, (3), 210

Il fenomeno dell'Ormesi può spiegare il meccanismo di azione dell'omeopatia: Stessa sostanza con effetti molto diversi
di Lucia Zambelli
L'ormesi studiata fin dall'800 è ora analizzata negli aspetti inibenti o stimolanti in 5000 casi
Il primo fu Ippocrate, quando osservò che l'Elleborus niger, pianta capace di provocare una diarrea simile al colera, poteva, in piccolissime dosi, curare proprio il colera. Senza saperlo, il padre della medicina aveva formulato il primo abbozzo della teoria dell'ormesi, in base alla quale una stessa sostanza può avere effetti benefici a basse dosi, dannosi ad alte dosi. La medicina tradizionale si basa sulla linearità dose-risposta: l'effetto aumenta con l'aumentare della dose. Non sempre è così: molte sostanze - ne sono state individuate oltre 5.000 - hanno un effetto stimolante a basse dosi, inibente a dosi elevate.
La legge dell'ormesi fu enunciata dai due ricercatori Arndt e Schulz alla fine dell'800. Ma il fenomeno fu contrastato aspramente dalla scienza convenzionale. Anche perché uno dei suoi enunciatori, Arndt, era uno psichiatra esperto anche in omeopatia, e un'accettazione della legge dell'ormesi avrebbe significato anche il riconoscimento della validità terapeutica dei medicinali omeopatici.
A riprendere e approfondire la teoria dell'ormesi è stato Edward J. Calabrese, docente di tossicologia all'Università del Massachusetts, che studia il fenomeno da quasi vent'anni, e ne ha dimostrato la validità per circa 5.000 sostanze, che possiedono appunto questo comportamento ambivalente. Calabrese sta conducendo, con numerose pubblicazioni (oltre 300) su riviste autorevoli quali Nature e Scientist, una strenua battaglia perché, attraverso il riconoscimento del fenomeno dell'ormesi, si giunga a una rifondazione delle basi della farmacologia e della tossicologia. Il tossicologo americano ha parecipato, in videoconferenza, al seminario interdisciplinare organizzato a Firenze dalla SIOMI (Società italiana di omeopatia e medicina integrata), dal titolo "Challenging the dose-response dogma", ovvero la sfida del dogma dose-risposta.
"Per molte sostanze", spiega Calabrese, "la risposta arriva al suo massimo a bassi dosaggi. E questo fenomeno ha basi scientifiche. Nella banca-dati dell'ormesi ci sono 6.000 studi che dimostrano il comportamento bifasico di molte sostanze: effetto benefico alle dosi più basse, alterazione patologica alle dosi più alte. Il metanolo per la longevità (stimolante a basse dosi, inibente ad alte), l'etanolo sul comportamento sociale dei ratti, l'alcol sul testosterone, l'alluminio sull'attività enzimatica. E questi sono solo pochi esempi su migliaia possibili".
Secondo Calabrese, la farmacologia e la tossicologia dovrebbero ripensare il loro paradigma alla luce della teoria dell'ormesi: "Il concetto dell'ormesi non è mai entrato nella corrente principale della tossicologia. Invece, potrebbe determinare uno sviluppo della farmacologia verso la ricerca degli effetti farmacologici e terapeutici, non solo delle massime concentrazioni dei farmaci, ma anche del potere terapeutico delle minime concentrazioni".
Andrea Dei, docente di chimica all'Università di Firenze, riprende la sfida lanciata da Calabrese e la applica al campo dell'omeopatia. "L'ormesi", chiarisce Dei, "può agire da concetto centrale per la ricerca in omeopatia". Su questo lavorano alcuni laboratori di biologia dell'Università di Firenze e un gruppo di farmacologi e biologi, come conferma Simonetta Bernardini, presidente SIOMI.

 

 

Febbre suina

fonte:http://www.farmacoecura.it con integrazione omeopatica

La febbre suina (o influenza A, o nuova influenza) è una malattia che colpisce le vie respiratorie, è molto contagiosa ma di norma con scarsa mortalità.

In data 11 giugno, a seguito di un improvviso aumento di casi in un terzo continente (l’Australia, dopo America ed Europa) l’OMS ha dichiarato che il mondo sta affrontando una pandemia, ossia un’epidemia su scala mondiale delle nuova influenza. Il livello 6 è indice della diffusione della malattia, non della sua gravità che al momento viene definita moderata.

In Italia, in data 26 agosto, l’andamento è in linea con quanto previsto con un numero di casi pari a circa 1800 contagi.

SINTOMI

Questa forma influenzale è generalmente piuttosto blanda e si esaurisce nella maggior parte dei casi con 4 giorni a letto.

I sintomi della febbre suina sono gli stessi sintomi dell’influenza tradizionale:

Febbre superiore ai 38°,
Mal di testa
Stanchezza
Tosse secca
faringite o mal di gola
Naso chiuso
Dolori muscolari ed articolari
Respiro affannoso
Brividi
Affaticamento
Malessere
Sudorazione
Perdita di appetito
Vomito
Diarrea
E’ possibile contrarre l’influenza in forma asintomatica, ossia non presentando alcun sintomo.

TRASMISSIONE

Si trasmette come la tradizionale influenza attraverso minuscole gocce di saliva durante starnuti, tosse o mentre si parla; tra uomini il contagio può essere facilitato dagli stessi fattori di rischio dell’influenza tradizionale: strette di mano, starnuti, luoghi chiusi ed affollati.

Si sa per certo inoltre che la trasmissione può avvenire per via indiretta, per esempio attraverso il contatto con mani contaminate da secrezioni respiratorie.

Il periodo di incubazione è di norma di alcuni giorni, mentre eccezionalmente può ridursi fino a 24 ore. La persona infetta è contagiosa da qualche giorno prima della comparsa dei sintomi e per altri 4-5 giorni. Alcune categorie, bambini sopratutto, possono rimanere contagiosi anche per 10 giorni o più.

Si stima che ogni nuovo malato sia in grado di infettare 1.5 persone nei tre giorni precedenti alla comparsa di febbre, tosse e degli altri sintomi della febbre suina; questa è la ragione dell’altissimo tasso di diffusione che sta manifestando il virus della nuova influenza.

PERICOLI

In generale la malattia non è storicamente pericolosa, ma questa mutazione del virus ha già causato diverse morti nel mondo per complicazioni a seguito dell’influenza. Si sottolineano tuttavia le scarse risorse mediche delle zone colpite dalla maggioranza dei decessi. E’ opinione diffusa che questa forma influenzale sia particolarmente contagiosa, ma scarsamente aggressiva per quanto riguarda sintomi ed esito.

CURA E TERAPIA

Secondo l’Oms il virus della febbre suina non sarebbe sensibile a tutti i farmaci antivirali: sembra resistente all’amatadina e alla rimantidina e sensibile all’Oseltamivir (Tamiflu®) e Zanamivir (Relenza®).

Non esistono farmaci preventivi allopatici e non è di alcuna utilità l’utilizzo di antibiotici (come riferito erroneamente da alcuni giornali parlando di Oseltamivir e Zanamivir, che sono antivirali).

Si può effettuare una prevenzione omeopatica con Engistol 1 compressa da succhiare mattina e sera e Oscillococcinum 200k una dose ogni 7 giorni 2 ore dopo cena sotto la lingua.

In data 22 luglio il Ministero della Sanità ha diffuso le nuove linee guida relative al trattamento della nuova influenza suina, tracciamone un sunto:

E’ necessario razionalizzare i farmaci per non trovarsi impreparati in caso di necessità.
Il vaccino non avrà efficacia pari al 100%.
La maggior parte dei pazienti, sopratutto adolescenti e giovani, non necessitano di norma alcuna terapia specifica.

Nelle persone con più di 65 anni è invece consigliabile valutare il ricorso a farmaci antivirali, sopratutto nei soggetti a forte rischio di complicanze (bambini con meno di 2 anni, malattie polmonari, cardiovascolari ma non gli ipertesi, diabetici, HIV, …).
Il trattamento è raccomandato nelle donne in gravidanza, negli asmatici, negli obesi con Indice di Massa Corporea superiore a 30.
Anche durante l’allattamento è possibile ricorrere ai farmaci per trattamento o prevenzione, in quanto i vantaggi per il lattante sono superiori ai trascurabili rischi.
Il trattamento, se deciso, dev’essere iniziato il prima possibile e portato comunque a termine a meno di effetti collaterali, ossia 5 giorni di terapia qualsiasi sia il farmaco scelto (Oseltamivir o Zanamivir, cioè Tamiflu® o Relenza®).
La durata del trattamento preventivo è invece di 10 giorni dal momento dell’ultima esposizione.
E’ notizia del 12 maggio che il virus starebbe sviluppando resistenza all’Oseltamvir, situazione che rende prioritario la produzioni di grandi quantità del vaccino per la nuova influenza suina.

Uno studio recente, pubblicato sulla rivista Eurosurveillance, ha dimostrato che in molti bambini trattati a scopo profilattico con Oseltamivir si sono presentati effetti collaterali quali nausea, vomito, diarrea, incubi e insonnia.

 

 

Ruta efficace contro i tumori cerebrali

Fonte: Int J Oncol, 2003, 23, (4), 975


Uno studio congiunto tra università indiane e statunitensi ha registrato l'azione antitumorale di Ruta graveolens 6CH in alcuni tumori cerebrali, osservando i suoi effetti in vivo ed in vitro.
di Massimo Saruggia
La letteratura interessata alle nuove prospettive che la terapia omeopatica può offrire al trattamento delle neoplasie appare come un'erede dei passages parigini, le strade coperte sulle quali si aprono negozi. Essi vennero concepiti con l'intenzione di tenere viva l'attenzione del pubblico, al riparo dalla pioggia, ma oggi li scopriamo quasi per caso e li percorriamo silenziosamente; se questo li fa esistere un po' meno, non significa tuttavia che essi siano meno affascinanti. Anche un articolo come quello di Sen Pathaki giunge alla lettura senza rumori, ma ciò che esso suggerisce può essere un passo nel futuro. Pathaki, alla PBH Research Foundation di Kolkata, in India, ha osservato l'azione di Ruta 6CH in associazione a Calcarea phosphorica 3DH in 15 pazienti con neoplasie intracraniche (nove gliomi, tre meningiomi, un neurinoma, un craniofaringioma e una neoplasia dell'ipofisi); la diagnosi era sostenuta da dati radiologici ed istopatologici. La durata del trattamento per ottenere un graduale miglioramento clinico-strumentale è stata molto variabile (da 3 mesi sino a 7 anni). Gli effetti di Ruta in vitro sono stati osservati su linee cellulari umane di glioma e di leucemia, su cellule metastatiche di melanoma murino e su linfociti B umani normali.
Sul piano clinico la somministrazione di Ruta 6CH (2 gtt. due volte al dì) si è rivelata molto efficace: dei nove pazienti con glioma, otto (88.9%) hanno mostrato una regressione clinico-radiologica completa, due dei tre pazienti affetti da meningioma si sono giovati di un arresto prolungato dell'evoluzione della massa tumorale, mentre un terzo ha avuto una completa regressione, così come il paziente con il craniofaringioma e con il tumore dell'ipofisi. D'altra parte la sperimentazione in vitro ha mostrato che Ruta è in grado di indurre la morte cellulare nelle linee cellulari umane di glioma e di leucemia ed in quelle di melanoma murino, provocando una catastrofe mitotica ed una erosione del telomero del DNA selettivamente nelle cellule tumorali. Al contrario, nei linfociti normali Ruta dimostra di agire come fitogeno senza provocare aberrazioni cromosomiche. Lo studio di Pathaki sembra dunque dimostrare che una combinazione di Ruta 6CH e di Ca3(PO4) permettono un arresto della progressione o una regressione clinica del glioma umano; il numero dei pazienti studiati è certamente troppo piccolo per trarre conclusioni, tuttavia i risultati paiono incoraggianti.
I risultati degli studi in vitro indicano che, per quanto Ruta si dimostri citotossica per le linee cellulari tumorali umane e murine, la sua azione è più intensa sulle linee cellulari di glioma umano che su quelle leucemiche. Questa azione appare mediata da una erosione telomerica nelle cellule tumorali cerebrali, che non è presente nelle cellule leucemiche, dalla induzione di endomitosi e dalla frammentazione del DNA, con successiva morte cellulare. La rutina, il componente attivo di Ruta, possiede una documentata attività antiossidante, antinfiammatoria ed antimutagena. L'associazione con Ca3(PO4)2, induttore della fosfolipasi, permette una più efficace azione del TNF che è in grado di indurre apoptosi della cellula tumorale e regressione o arresto di crescita della massa neoplastica. Questo studio sembra suggerire che l'associazione di Ruta 6CH + Calcarea phosphorica 3CH abbia un effetto antimitotico e apoptogenico nelle cellule tumorali umane di glioma. Diversamente dalla chemioterapia convenzionale nel glioma umano, Ruta, in associazione con Calcarea phosphorica 3CH, sembra aggredire selettivamente le cellule neoplastiche e stimolarei linfociti normali. A noi resta la considerazione che la voglia di farsi stregare e sedurre da idee in movimento forse appartiene soltanto a culture diverse dalla nostra, legata a plumbei trattati e ad un sapere rigidamente strutturato.

 

Il fumo affatica la tiroide.

Fonte: Asvold BO et al. Tobacco smoking and thyroid function: a population-based study. Arch Intern Med. 2007 Jul 9;167(13):1428-32


Esistono fattori di rischio che, per loro natura, aumentano il rischio di tante patologie e condizioni sfavorevoli per una salute ottimale. Uno di questi è di certo il fumo di sigaretta. Tra le tante cose che danneggia c’è anche la tiroide, e seppure non si conosca il meccanismo di azione né le singole componenti che hanno effetti sulla funzionalità della ghiandola, la correlazione è stata più volte riscontrata.
Una ghiandola iperattiva
La maggiore parte degli studi di popolazione hanno dimostrato che i fumatori hanno livelli più bassi di tirotropina, o ormone tiroide-stimolante, e più elevati di ormoni tiroidei, quindi una condizione tipica di ipertiroidismo, come pure una maggior esposizione al rischio di sviluppare ipertiroidismo associato al morbo di Graves. Un rischio tuttavia, reversibile nel momento in cui si smette di fumare. L’associazione con l’ipotiroidismo non è invece così nettamente dimostrata; studi più recenti suggeriscono che nella popolazione di fumatori ci sono meno probabilità di trovare livelli elevati di tirotropina, e meno probabilità di ipotiroidismo, e di anticorpi anti-tiroidei e quindi con meno probabilità di avere la malattia autoimmune della tiroide. Uno studio norvegese ha confermato l’associazione dell’abitudine al fumo e l’ipertiroidismo ma per la prima volta ha verificato una bassa prevalenza di manifesto ipotiroidismo tra i fumatori.
Smettere giova
Nel campione in esame sono stati inclusi circa 20 mila donne e circa 10 mila uomini che prima della data di reclutamento (luglio 1995) non avevano avuto disturbi della tiroide, per lo meno riconosciuti. Sono stati monitorati per circa due anni misurando le concentrazioni sanguigne di tirotropina e la prevalenza di ipertiroidismo e ipotiroidismo distinguendo in fumatori, ex fumatori e persone che non avevano mai fumato.
Rispetto a questi ultimi, tra i fumatori attuali i livelli più bassi di tirotropina erano più bassi e c’erano una minor prevalenza di ipotiroidismo e una maggiore probabilità di trovare casi di ipertiroidismo. In linea con i dati raccolti finora, la conferma dell’aumentato rischio di ipertiroidismo di Graves. Inoltre, si potevano osservare graduali aumenti della concentrazione di tirotropina dal momento in cui si smetteva di fumare e dopo circa 10 o 20 anni i valori non differivano da quelli di soggetti che non avevano mai fumato. Inoltre, nella popolazione di ex fumatori anche la prevalenza delle due condizioni patologiche era simile a quella rilevata tra i non fumatori. Si tratta quindi di una condizione reversibile e un’ipotesi, quella di smettere di fumare, da perseguire in quanto, anche se per la prima volta si è dimostrato che l’ipotiroidismo è meno probabile, resta comunque l’esposizione a un rischio maggiore di ipertiroidismo.
Simona Zazzetta


Novità sulle vaccinazioni

30-1-2006
Secondo nuovi studi, nel 1978 un vaccino della polio prodotto, almeno, da un laboratorio dell'Europa dell'Est è stato infetto da un virus in grado di causare il cancro. Si pensava che i rami vaccinali contenenti questo virus e risalenti al 1962 fossero stati ripuliti grazie alle moderne procedure di
manifattura. La scoperta indica invece che, a dispetto di quanto si pensasse, nel frattempo milioni di persone erano state esposte al rischio del virus.
Il patologo Michele Carbone insieme ad altri colleghi dell'Università di Loyola di Chicago ha testato la presenza del contaminante SV40 su campioni della EEVM, il laboratorio manifatturiero dell‚Europa del dell'Est appunto, e su altri campioni prodotti in 12 altri paesi. Come riportato dal numero del Cancer Research del 15 novembre scorso, tutti gli stock risultavano negativi al virus a parte un innumerevole quantità di campioni provenienti dalla EEVM. Ciò dimostra che per più di una decade dal 1966 al 1978 è circolato sul mercato uno stock del vaccino contro la polio positivo all'
infezione del virus SV40. Ma cos‚è questo SV40? Per produrre abbastanza virus della polio, ai fini di creare il vaccino, i laboratori facevano sviluppare il virus stesso nelle cellule renali delle scimmie rhesus.
Fattore sconosciuto ai ricercati di quel tempo, le scimmie di questa famiglia sono spesso infette dal SV40, un virus in grado di causare il cancro negli umani. Le partiture del virus contro la polio ottenute utilizzando le cellule dei rhesus furono a breve termine e in larga misura
infettate con il SV40.
Quando il problema fu scoperto nel 1959 la maggior parte dei laboratori eliminarono tale virus dai vaccini con un siero anti SV40. Invece il laboratorio europeo di produzione citato - EEVM ˆ e forse altri, pensarono di scaldare la mistura del vaccino della polio per inattivare il virus isolato. I ricercatori hanno ora dimostrato che la tecnica di inattivazione attraverso il calore, utilizzata dal laboratorio in questione, non distrugge in modo adeguato il SV40 ed è stata la ragione evidente del perseverare negli anni della presenza dell‚infezione nel mistura stessa del loro vaccino. Per prevenire future contaminazioni i produttori di vaccini passarono da colture sulla scimmia rhesus a colture sulle cosiddette scimmie verdi resistenti al virus SV40. Resta ancora sconosciuto l'effetto del vaccino infetto sul propagarsi del cancro. Sebbene il SV40 sia stato isolato in alcuni tumori umani è difficile arrivare a consideralo come la causa di una qualche forma di cancro particolare afferma il virologo Janet Butel del Collegio di Medicina di Baylor a Houston, in Texas. Comunque aggiunge: Lo studio eseguito dal Loyola è ben riuscito e crederci spingerà gli scienziati a ripensare sul fatto dato per certo che dal 1962 non c'era più il pericolo di assumere dei vaccini infetti di SV40 (Karen Ross).

In Piemonte cancellate le vaccinazioni obbligatorie
Il Piemonte cancella le vaccinazioni obbligatorie. Prima Regione in Italia, abolisce con una rivoluzione storica le iniezioni «per legge» e riordina in due sole categorie la distinzione «obbligatorie», «consigliate» e «facoltative», fonte di confusione e incertezza per mamme e papà. Esisteranno solo vaccini «prioritari» e non. Spariscono multe e denunce al Tribunale per i minorenni, per far posto alla formazione: i genitori che decideranno di non sottoporre i figli ai vaccini finora obbligatori contro difterite, tetano, polio ed epatite B saranno invitati a partecipare a un ciclo di lezioni sull'importanza dell'immunizzazione. Così la Regione avrà assolto il suo dovere di promozione della salute, ma non interferirà poi nella scelta consapevole delle famiglie. Il nuovo «Piano di promozione delle vaccinazioni» viene presentato oggi, ma «La Stampa» è in grado di anticiparlo. Sessanta pagine approvate il 10 aprile scorso al termine di un lungo lavoro che ha visto, fra l'altro, impegnato un consiglio di saggi: un pediatra, un procuratore della Repubblica in pensione, un medico legale e un eticista valdese.
Vittorio Demicheli è il responsabile della Sanità pubblica del Piemonte: «Le vaccinazioni - spiega - costituiscono un'attività fondamentale per la prevenzione. Ma è dimostrato che il vecchio concetto di "facoltativo" veniva interpretato come sinonimo di "inutile", mentre l'imposizione era criticata. Il termine "prioritario" creerà un atteggiamento nuovo da parte delle famiglie». Tra i motivi che hanno convinto il Piemonte a cambiare rotta c'è poi una constatazione: «Il Tribunale per i minorenni di Torino ha deciso di non voler più essere informato delle vaccinazioni obbligatorie non fatte, a meno che questo non si accompagni a maltrattamenti in famiglia. Inutile, quindi, continuare a denunciare e multare i "fuorilegge". Per chi contesta da sempre i vaccini, è un motivo in più per alimentare la crociata. Per le Regioni, solo uno spreco di tempo e denaro per contrastare ricorsi che nel 50 per cento dei casi vengono vinti dalle famiglie. Nessuno cambia idea, e si arricchiscono solamente gli avvocati».
Dall'obbligo al diritto. Ecco il nuovo approccio. «Far capire, non costringere», dice Demicheli, che ha tradotto nel Piano 2006 l'invito del ministero a «incrementare gli interventi di ordine strutturale, organizzativo, formativo e comunicativo per consentire l'evoluzione della politica vaccinale dall'ambito degli interventi impositivi a quello della partecipazione consapevole delle famiglie».
L'elenco delle vaccinazioni «Prioritarie» racchiude in pratica tutte le ex «obbligatorie» e «facoltative». Si aggiungono quelle per i bimbi viaggiatori. Saranno fornite gratis dalle Asl, «che dovranno avere scorte imposte dalla Regione», precisa Demicheli. «Prioritario» sarà anche il vaccino contro l'influenza, per chi ha più di 65 anni o è a rischio.La Regione non ha dubbi: il nuovo Piano terrà alta la guardia contro le principali malattie. Ma il Piemonte va oltre: nella categoria «Altri» ha inserito i vaccini contro tubercolosi, varicella, tetano, meningite, colera, epatite A, febbre gialla, febbre tifoide e rabbia. Vaccinazioni non gratuite, garantite comunque dalle Asl a prezzo di costo, con un risparmio sul prezzo in farmacia.

Magnesio indicato nella fibrillazione atriale

(Am J Cardiol 2007; 99: 1726-32)
La terapia con magnesio è sicura ed efficace nella gestione in fase acuta della fibrillazione atriale rapida. Il profilo degli effetti elettrofisiologici del magnesio sul cuore suggerisce che il magnesio potrebbe essere efficace nel trattamento della fibrillazione atriale in termini di controllo di ritmo e frequenza cardiaca: in base al presente studio, il magnesio si è dimostrato efficace nel ripristino del controllo del ritmo cardiaco senza manifestare effetti collaterali importanti. La somministrazione endovenosa di magnesio dunque rappresenta una strategia sicura ed efficace per la gestione della fibrillazione atriale rapida in fase acuta.)


I benefici del succo di mela
L'effetto sembra essere dovuto a una maggiore produzione del neurotrasmettitore acetilcolina Forse qualcuno potrebbe obiettare che i benefici per l’organismo si sentono maggiormente quando è nella sua forma alcolica di sidro, ma si tratta invece di una faccenda seria: il succo di mela è in grado di incrementare la memoria. È quanto risulta da una ricerca svolta presso la University of Massachusetts Lowell (UML) che ha verificato come tale bevanda sia in grado, in un modello animale, di stimolare la produzione di acetilcolina, un neurotrasmettitore essenziale, tra gli altri, nei meccanismi mnestici.
Il risultato – pubblicato sulla rivista “Journal of Alzheimer’s Disease” – è il frutto di una serie di ricerche che riguardano la malattia di Alzheimer e, più in generale, il declino delle facoltà intellettive, cui si cerca di porre rimedio con trattamenti farmacologici.
“Non è escluso che un giorno si possa arrivare a raccomandare di inserire nella dieta, accanto ad altri farmaci contro l’Alzheimer, il succo di mela o di altri prodotti a base di questo frutto” ha spiegato Thomas Shea, Ph.D., direttore del Center for Cellular Neurobiology and Neurodegeneration Research dell’UML.


Lunga vita con il cacao
Ancora da chiarire i meccanismi all'origine del fenomeno Che il cacao abbia effetti positivi sul sistema cardiovascolare è noto fin dal XVIII secolo, ma solo di recente sono stati intrapresi seri studi scientifici per controllare questa osservazione empirica. L’ultimo è stato condotto da un gruppo di ricercatori olandesi,che ne hanno dato conto sull’ultimo numero degli Archives of Internal Medicine. Lo studio, iniziato nel 1985, ha preso in esame un gruppo di persone di età compresa fra i 65 e gli 84 anni, suddividendolo in tre sottogruppi a seconda del loro abituale consumo di cacao, sotto forma sia di cioccolato sia di bevanda. Negli anni successivi hanno registrato lo stato di salute, e le eventuali cause di morte di tutti i volontari coinvolti.
È così risultato che fra quanti consumavano regolarmente cacao vi era una percentuale di ipertesi inferiore alla media, così come inferiore era il tasso di mortalità. In particolare, nel corso dello studio sono morte 314 persone, 152 delle quali per patologie cardiovascolari. Fra questi ultimi, la presenza dei forti consumatori di cacao era inferiore alla metà rispetto agli appartenenti agli altri gruppi. In generale, il rischio di morte restava inferiore anche quando si prendevano in considerazione altri fattori rilevanti (peso, abitudine al fumo, consumo di alcool, sedentarietà, introito medio di calorie).
Secondo i ricercatori, da un esame accurato dei dati risulta inoltre che la mortalità inferiore non è imputabile meramente a un effetto di mitigazione dell’ipertensione esercitato dal cacao, ma anche da qualche altro meccanismo, probabilmente legato all’elevato tenore di antiossidanti (e in specie di flavonoli) che vi sono contenuti.

 

 

 

Pustole da piercing
Uno degli effetti del clima estivo può essere il riacutizzarsi di fenomeni allergici o simil-allergici. E’ il caso della dermatite da contatto dovuta al nickel. Questo metallo è ormai ubiquitario, visto che se è intuitiva la sua presenza in gioielli da piercing, fibbie di cinturini di orologi e bigiotteria varia, è presente anche in cosmetici (articoli per il make-up ma anche saponi e detergenti). Quale sia il ruolo del caldo è stato spiegato, assieme ad altri aspetti interessanti, in una recente conferenza stampa. Come ha detto il professor Antonino Di Pietro, dermatologo e presidente dell’ISPLAD (International Society of Plastic and Aesthetic Dermatology) il sudore è uno degli agenti che contribuisce a “liberare” il nickel dalle leghe metalliche, così come dalla matrice degli altri prodotti in cui è contenuto. “Peraltro nel presentarsi della reazione allergica, oltre al contatto con il cinturino dell’orologio o con il detergente conta anche l’esposizione totale cui è soggetta la persona. Infatti il nickel tende ad accumularsi nell’organismo, anche attraverso alcuni alimenti, specie quelli in scatola, e attraverso l’acqua, a causa dell’inquinamento del suolo ma anche della cessione all’acqua del metallo da parte di tubature e condotte”.
Casi in aumento
In effetti il ruolo del nickel nelle manifestazioni dermatologiche è in ascesa: oggi in Europa si stima che siano sensibili al nickel dall’8 al 15% delle donne e dall’1 al 3% degli uomini. Ovviamente le percentuali possono variare in funzione delle fasce d’età e quindi delle abitudini. E’ ovviamente probabile che vi sia una predisposizione genetica allo sviluppo di questo disturbo, ma è chiaro che vi è un evento scatenante, cioè la sensibilizzazione. Per esempio, in un’altra statistica, le ragazze tra 8 e 15 anni con i lobi forati sono risultate sensibili al nickel nel 15% dei casi contro il 2% di quelle che non si erano fatte praticare i fori. Infatti il contatto prolungato tra l’orecchino contenente nickel e la parete del foro in via di guarigione facilita enormemente il passaggio di particelle del metallo nel sangue, con il successivo riconoscimento da parte del sistema immunitario, meccanismo che è alla base di tutte queste manifestazioni.
Di qui l’importanza di arrivare a prodotti nickel-free: per evitare le crisi nelle persone già sensibili ma anche la sensibilizzazione di chi ancora non lo è.
L’orecchino, ma anche il fard
Se realizzare gioielli senza questo elemento è relativamente semplice, il discorso cambia un po’ con i cosmetici. "Il metallo può essere presente o perché c’è nelle materie prime impiegate o perché ceduto dai macchinari durante la produzione" ha puntualizzato la Dottoressa Laura Pecis, responsabile medico di Bio-Nike. "Non esistono riferimenti internazionali o altre norme che stabiliscano un tetto per questa contaminazione, fatta eccezione per una direttiva della Comunità Europea del 1994, che fissa in 20 parti per milione il limite da non superare". Tuttavia questa soglia è già abbastanza alta, se si pensa che nei soggetti già sensibilizzati un valore di 1 ppm è già sufficiente a provocare i sintomi. "Per evitare o ridurre al minimo la presenza di nickel nei cosmetici si deve agire su più fronti: impiegare acciai speciali nei macchinari, selezionare le materie prime e preparare formulazioni dei diversi prodotti capaci di "trattenere" il metallo anziché rilasciarlo alla cute. Se per i detergenti il lavoro è relativamente più semplice, il discorso cambia per il make-up". Infatti, anche una recente indagine dell’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) del Piemonte ha mostrato che il contenuto è più elevato in prodotti come il mascara, le tinture e i rossetti, cioè quelli in cui maggiore è il contenuto dei pigmenti, spesso a base metallica. Formulare adeguatamente un prodotto, ha detto ancora la dottoressa Pecis, richiede molto tempo e test in vitro e in vivo, senza contare le prove che consentono di valutare in quanto tempo e in quale quantità il nickel viene estratto dalla matrice che lo contiene sotto l’azione degli agenti esterni. Insomma un buon cosmetico, in tempi di intolleranze rampanti, non si improvvisa.

 

Il mistero delle diluizioni ultramolecolari


Si è svolto lo scorso mese di dicembre, presso il Dipartimento di Farmacologia dell'Università di Firenze, il seminario dal titolo: "Le diluizioni ultramolecolari"; relatore il Prof. Pier Francesco Mannaioni, Professore emerito della Facoltà di Farmacia dell'Università di Firenze e studioso di fama internazionale delle diluizioni ultramolecolari.

Il seminario è stata l'occasione per fare il punto sullo stato dell'arte della ricerca scientifica che affronta il settore più difficile dell'omeopatia: la questione del meccanismo d'azione di soluzioni senza più molecole. Hanno partecipato all'evento eminenti farmacologi dell'Università di Firenze insieme a studenti e dottorandi di farmacologia. Sebbene il meccanismo d'azione delle diluizioni omeopatiche extramolecolari sia ancora sconosciuto alcuni punti fermi, ai fini della conoscenza, sono oramai stati tracciati e sono di seguito sintetizzati. Per fare il punto sulla questione vale la pena di ricordare che in Farmacologia si definiscono molecolari le soluzioni a concentrazioni comprese al di sotto di 10 alla -12 molare, mentre si parla di alte diluizioni per diluizioni tra 10 alla -13 e 10 alla -23 molare e di ultra low dose o diluizioni ultramolecolari per diluizioni superiori alla 10 alla -23 molare.
Esistono oggi due filoni di studio delle diluizioni extramolecolari: gli esperimenti sulla degranulazione dei basofili (cui lo stesso Prof. Mannaioni ha dato più contributi) e gli esperimenti del prof. Rey. Il maggior numero di conferme scientifiche si sono avute per le reazioni dei basofili alla diluizioni ultramolecolari di istamina, esperimenti questi confermati in più università europee: Parigi, Belfast, Firenze, Utrecht. Negli esperimenti è stato ripetutamente confermato che diluizioni ultramolecolari di istamina sono in grado di inibire la degranulazione dei mastociti e dei basofili altamente reattivi, ovvero pre-trattati con siero anti-IgE. Le indagini sono state condotte e riprodotte su conte di più di 700 cellule per campione, dunque con risultati altamente significativi. Non solo, a riprova del fenomeno osservato è possibile dosare la proteina CD63, che viene liberata nel mezzo di coltura dal basofilo attivato e che può essere misurata con il citofluorimetro. A controprova, oltre alle numerose conferme sul potere inibente la degranulazione dei basofili da parte di soluzioni non più molecolari di istamina, si è anche osservato che il riscaldamento a 100 gradi delle colture è capace di annullare sia l'azione delle diluizioni molecolari di istamina che quella della diluizioni extramolecolari. Ma l'effetto prodotto dall'istamina ultra low può anche essere riprodotto con l'impiego di adrenalina a diluizioni 10 alla -23. L'adrenalina ultramolecolare, aggiunta ad una coltura di basofili provenienti da soggetti atopici (IgE sensibilizzati), inibisce la degranulazione degli stessi anche se in concentrazioni tali da non essere più presente neanche una molecola di adrenalina.
Nello stesso esperimento, un'altra eccezionale conferma: l'aggiunta di propanololo (inibitore dell'adrenalina) è in grado di bloccare l'azione della adrenalina sia nelle colture con adrenalina a dosi molecolari che nelle colture con adrenalina a dosi 10 alla -23. Come a dire che il propanololo blocca sia l'azione delle molecole di adrenalina sia l'azione esercitata da soluzioni in cui l'adrenalina c'è stata ma non c'è più per eccessiva diluizione del soluto. Anche gli studi di Rey, pur essendo molto diversi come metodologia di indagine, arrivano, tuttavia, alle stesse conclusioni: rimane informazione dell'effetto farmacologico molecolare anche nelle diluizioni nelle quali non vi è più traccia di molecole. E precisamente, in questi studi si osserva che il litio cloruro congelato a -170 gradi centigradi, quando riportato a temperatura ambiente produce un fenomeno di termoluminescenza sia nelle soluzioni molecolari di litio che in quelle extra-molecolari. Questi fenomeni sono scientificamente osservati e riproducibili. Sta agli scienziati di oggi, o forse più probabilmente a quelli di un domani, trovare la spiegazione compiuta. Ma auspichiamo che sempre più ricercatori accademici abbiano la volontà di proseguire le ricerche in questa direzione.
BMJ, 321: 471, 2000.
Inflammation research, 50: 547, 2001.
FASEB Journal, 19: 1761, 2005.

 

 

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